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Trieste, la guerra del presnitz spacca il fronte dei maestri panettieri

Sotto tiro il marchio di qualità ideato dalla Camera di commercio. «Riconoscimento assegnato solo a pochi produttori»

TRIESTE Divisi dal presnitz. E dalla pinza, dalla putizza, persino dalle fave. Perchè i recenti marchi collettivi che la Camera di commercio ha voluto intitolare a questi prodotti tipicissimi della nostra area hanno fatto montare una marea di malumore, soprattutto nella categoria dei panificatori.

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Che, in una parte consistente, si sentono tagliati fuori, dopo che il cosiddetto marchio di qualità, anticamera dell’europeo Igt (acronimo che sta per Indicazione geografica tipica) su questi prodotti è stato assegnato solo a una dozzina di produttori, lasciando gli altri in mezzo al guado.

Un passo indietro. Pochi giorni fa l’ente camerale ha deciso di concedere in uso gratuito questi marchi che tutelano i dolci tipici triestini, a tutte le imprese locali che si impegneranno nella loro produzione seguendo alcuni disciplinari messi rigorosamente a punto che saranno poi verificati dal Laboratorio chimico merceologico della stessa Cdc.

Una buona mossa? In realtà una scelta che, seppur nata dall’apprezzabile intenzione di proteggere dall’aggressività di eventuali terzi le nostre tipicità, ha finito per accontentare solo pochi. Nel dettaglio quei 12 produttori che dal gruppo dei panificatori sono confluiti nella Confartigianato.

Ma gli “altri, quelli esclusi, non ci stanno. Dice Luca Novak: «L’idea di per sé non è sbagliata, ma andava formulata in maniera differente, coinvolgendo tutti. Mentre noi, onestamente, non ne sapevamo niente e non mi pare una cosa corretta».

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Un difetto di comunicazione? Il presidente regionale dei panificatori, Edvino Jerian, manifesta più perplessità che altro. Sulla stessa scelta camerale. «Con Paoletti mi ero già chiarito. È una storia che nasce dieci anni fa, quando qualcuno si era messo in testa di fare una “doc” di putizza, presnitz, pinza e fave.

C’era stata una riunione alla Camera di commercio e in quell’occasione, considerato che i panificatori producono circa l’80 per cento di quei prodotti, avevo detto che queste qualificazioni servono a poco, aiutano solo chi esporta o vende fuori città. Qui si può fare al massimo un disciplinare, nella stragrande maggioranza dei casi si parla di micro-aziende, non di industrie. A dirla tutta, ci eravamo dichiarati non favorevoli».

Per un po’ la cosa sparisce dall’attualità. Ricompare quando si inizia a parlare di “disciplinari”. «Come panificatori - incalza Jerian - non ci hanno neanche sentiti. Chiamo la Camera e mi dicono: voi siete fuori, avevate detto che non vi interessava... Mi chiama Paoletti e gli dico: datemi le carte. Gli ho mandato un promemoria, fatto presenti le lacune di tipo normativo, mandato un parere pseudo-legale che evidenziava i punti poco adeguati. Non ho mai più sentito nessuno».

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Il presidente camerale, pescato a Roma tra una riunione e l’altra, evita la polemica e preferisce buttare quintalate di acqua... sui dolci. «Voglio che una cosa sia chiara - debutta Paoletti - il marchio è aperto a tutti. L’idea risale addirittura al 2004. Tanti la vedono da prospettive diverse, ma sono marchi nostri, cerchiamo di proteggerli con un disciplinare aperto a tutti.

Poi, chi vorrà fare un prodotto su quegli standard sarà okay, chi vuol fare le variazioni le faccia. Non bisogna fare polemiche su cose marginali. Noi non privilegiamo nessuno, semplicemente le aziende che hanno il marchio sono state le prime ad averlo richiesto».

Ma le aperture non convincono ancora Jerian. «Quando si fa un disciplinare - spiega - deve esserci un terzo che sia autorizzato a fare le verifiche, un ente di certificazione riconosciuto e questo non è previsto. Cosa facciamo, ci diciamo bravi da soli? E poi, è il caso di dirlo, i problemi sono altri, non la putizza.

Mi chiedo quanti sappiano, ad esempio che domani (oggi ndr) parte l’obbligo di etichettatura nutrizionale sui prodotti, qualcuno ne sa qualcosa? Eppure ci sono sanzioni pesanti. Forse se la Cdc si occupasse di questo farebbe un lavoro più utile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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