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Cent’anni fa Gorizia martire accoglieva l’Italia

Lunedì 8 agosto con Il Piccolo un libro di Marina Rossi ripercorre la drammatica presa della città

GORIZIA L’8 agosto 1916 un pugno di soldati agli ordini del sottotenente Aurelio Baruzzi riusciva ad aprirsi un varco per entrare a Gorizia, seguito l’indomani dal grosso delle truppe italiane. Ricorre dunque in questi giorni il centesimo anniversario della presa della città da parte delle forze di Cadorna. Oggi, con Il Piccolo, esce il libro storico fotografico “1916 La presa di Gorizia” di Marina Rossi, con il capitolo “Gorizia, anatomia di una battaglia“ a cura di Stefano Gambarotto. Il libro è acquistabile al prezzo di 8,80 euro più quello del quotidiano.
 
 
 
di Marina Rossi
 
Anno 1916: guerra di logoramento su tutti i fronti. Vincerà chi riuscirà a prevalere sul nemico con un margine sufficiente di uomini e di mezzi materiali scampati alla strage. Al fronte occidentale ed orientale i comandi militari spingono all'assalto truppe stremate dalla sofferenza sperando invano nell'attacco definitivo che porti alla vittoria ed alla fine dell'immane macello. L'orrore della guerra di trincea è inenarrabile e chi lo vive non lo deve narrare per non allarmare l'opinione pubblica. L'hanno ben compreso i soldati vincolati al silenzio dagli obblighi imposti dalla censura militare e trattati con diffidenza dai civili durante brevi e sospiratissime licenze. L'apparato di propaganda attivato dai media del tempo creava un solco di incomprensione tra chi la guerra la viveva per davvero e chi si limitava ad immaginarla ed a proporla dipinta di rosa.
 
 

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Coerentemente con la linea interpretativa da me proposta e sviluppata nei due volumi precedenti “Agosto 1914. Suicidio d'Europa” e “1915: L'Italia in guerra. Esperienze e memorie degli italiani delle ex-terre irredente”, ho voluto seguire i destini degli italiani mobilitati del Regio Esercito e quello degli italiani inquadrati nei ranghi dell'esercito a.u., nel segno della pietas civile, dell'empatia e della comprensione per i combattenti vittime di complessi giochi politici cui era impossibile sfuggire.
 
I tre fronti a cui mi riferisco sono quello carsico e isontino, il fronte balcanico con particolari riferimenti all'Albania e al Montenegro, quello orientale, nei territori della Volinia, della Bucovina, della Bessarabia, dove furono relegati gli italiani dell'esercito a.u. a conclusione della vittoriosa controffensiva sferrata dagli austro-ungarici dalla primavera all'autunno del 1915. Della guerra combattuta al fronte del Carso, unanimemente riconosciuta come la più atroce, ho voluto evidenziare soprattutto la sofferenza, ripercorrendo i terribili mesi che precedono la conquista di Gorizia, la città martire che molti abitanti non vollero abbandonare. Per demistificare la retorica prodotta, nel primo dopoguerra, dal mito della vittoria, ho voluto indicare, cifre alla mano, la composizione plurietnica della città alla vigilia del conflitto e ribadire il fatto che il partito liberal-nazionale, al governo della città dalla seconda metà dell'ottocento, costituiva un'esigua minoranza, sia pure agguerrita e influente. Gran parte dell'opinione pubblica simpatizzava per l'impero asburgico. Proprio per questo ho voluto citare due fonti poco note, ma molto significative, come le memorie del dirigente socialdemocratico sloveno Henrik Tuma, all'epoca membro della Dieta Provinciale di Gorizia, e le Cronache del monastero delle Orsoline di Gorizia. Nelle campagne del Friuli orientale e dell'Isontino il clero contribuì in modo decisivo a cementare i rapporti con la Duplice monarchia sia i contadini friulani e sloveni. Per questi ultimi, però, l'avversione nei confronti dell'Italia nasceva dal timore, dimostratosi fondato a partire dall'estate
del 1915, di essere assimilati e di perdere la propria identità linguistica e culturale.
 
Non me ne vogliano, per questo, i lettori sinceramente animati dall'idealità italiana e se evidenzio lo sconforto del Comandante Supremo, il generale Luigi Cadorna, nell'autunno 1915, che lo induce a dichiarare il valore puramente simbolico di Gorizia, vittima sacrificale e compensazione molto parziale delle fallite offensive sull'Isonzo. Cadorna, ben consapevole dell'inadeguatezza tecnica dell'armamento, come del resto accadde in tutti gli altri eserciti, e della scarsità di mezzi economici, non si dichiarò favorevole all'intervento in Albania ed ecco allora che il governo di Roma affidò il comando della spedizione al Ministro della Guerra, generale Bertotti.
 
È un'altra delle contraddizioni che ho voluto sottolineare, dedicando un paragrafo del volume all'avventura albanese conclusasi amaramente con la ritirata di Durazzo. Infine, altri italiani dell'esercito a.u. relegati dai comandi al di là del Dnestr, in Bucovina, in Volinia, in Bessarabia dopo la vittoriosa avanzata austro germanica di Gorlice-Tarnov, nella primavera del '15, sono travolti dall'ultima grande offensiva sferrata dall'esercito zarista al comando del generale Aleksej Alekseevi› Brusilov. Anche quegli italiani sono stanchi ed esasperati, non meno dei russi e dei soldati di ogni nazionalità presenti nell'esercito austro germanico. Nel 1916 il fronte orientale è passato alla storia per l'alto numero di disertori, che si equivalgono e si aggirano su 1.200.000.2 Ma si diserta anche per amore della causa italiana.
 
Nel corso del '16 e del '17 prosegue, intanto, ininterrotta l'attività della 1ª Missione Militare Italiana in Russia, che riesce a far rimpatriare 4.000 prigionieri italiani dell'esercito a.u. dichiaratisi di fede e idealità italiana. Dopo averli inviati a Torino, l'Italia non saprà che fare di loro e dovranno arrangiarsi fino all'autunno del 1918. Le due rivoluzioni scoppiate in Russia daranno altri obiettivi alla 2ª Missione Militare Italiana. Alla fine del 1917 2.500 prigionieri a.u., 1.600 trentini e 900 giuliani entreranno a far parte del Corpo Italiano di Spedizione inviato in Russia per combattere il bolscevismo. Una grande avventura umana, politica e geografica che spero di poter illustrare il prossimo anno.
 
Dulcis in fundo, in sintonia con il curatore Stefano Gambarotto, arricchisco l'opera con immagini inedite riguardanti la guerra in Volinia tratte dall'album fotografico del triestino Alex Huppert; del pari inedita la serie di cartoline, dedicate da celebri illustratori del tempo alla guerra nei Balcani ed all'amore.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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