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Trieste, Dipiazza cancella il Gioco del rispetto

La giunta elimina il progetto «costato 8mila euro» e annuncia il ritiro del kit. Il sindaco: «I bambini sono sacri». Il Pd insorge

TRIESTE Detto fatto. A poche settimane dalla sua elezione, Roberto Dipiazza depenna il Gioco del rispetto dai programmi formativi del Comune di Trieste. La tanto discussa attività promossa dalla precedente amministrazione, foriera di un dibattito che un anno fa aveva avuto eco internazionale, è stata letteralmente cestinata. Negli asili della città non si farà più.

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Un atto atteso, quello del sindaco, sancito da una delibera di giunta approvata ieri che fa seguito a una promessa elettorale messa nera su bianco e riportata anche nel programma di governo del centrodestra. Un destino scritto.

Il sindaco ha voluto commentare la sua decisione: «I bambini sono sacri, devono poter giocare liberamente ed avere garantita un'infanzia serena», le sue parole. Il kit del gioco “Pari o dispari” sarà dunque ritirato dalle scuole. Ieri la delibera è stata illustrata in giunta dagli assessori all'Educazione Angela Brandi e alle Pari opportunità Serena Tonel.

«Oltre alle numerose proteste per questa sperimentazione, arrivate da parte di tanti genitori che hanno fortemente contestato sia l'opportunità che il metodo - hanno affermato le due esponenti del nuovo esecutivo comunale -, questo progetto sperimentale è costato oltre 8 mila euro e su un totale di 29 scuole appena cinque lo hanno attivato».

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Ma il dibattito attorno alla questione non si spegne affatto. Tutt’altro. Benedetta Gargiulo, presidente di "Laby", l’associazione che aveva promosso l'attivazione del gioco, già nelle scorse settimane aveva preannunciato «forme di protesta» da parte dei genitori che avevano aderito al progetto. «Si pone però un problema importante, cioè la libertà di insegnamento che, come prevede l'articolo 33 della Costituzione, ci mette al riparo dalle ingerenze politiche», affermava Gargiulo.

Fabiana Martini, ex vice-sindaco e ora capogruppo Pd, non molla. «In attesa di leggere il testo della delibera e di conoscere le motivazioni - premette - mi permetto di fare alcune osservazioni: quello che di questa proposta abbiamo sempre ritenuto importante non è il kit o le proposte di attività, ma gli obiettivi educativi, perseguiti in primo luogo attraverso la formazione di 70 educatrici ed educatori, chiamati a veicolare una sensibilità prima che a proporre un'attività, sensibilità che si nutre di atteggiamenti educativi e di cultura. Come questo possa essere cancellato - fa notare - è da capire, se escludiamo sistemi come il lavaggio del cervello».

Martini sottolinea inoltre che l'80% dei genitori interpellati si era detto favorevole al gioco in classe. «Come faranno il sindaco e la giunta, chiamati a rappresentare tutti e non solo quelli che li hanno eletti, a garantire le famiglie che questo percorso educativo lo desiderano? Una scuola pubblica - chiosa la capogruppo - può essere una scuola on demand».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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