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Trieste: Rosa, la napoletana verace nata per aiutare chi soffre

È la terza donna a ricevere il premio “Infermiere dell’anno” del Collegio Ipasvi. Dal 1998 dirige a Duino Aurisina la residenza “Villa verde”

TRIESTE «Guarda! Ha vinto mamma! Brava mamma!» Su Facebook i quattro figli, Sharon, Andrèshawn, Alfredo e Teresa, hanno subito postato le foto della targa che Rosa Mingrone, che dal ’98 dirige a Duino Aurisina la residenza polifunzionale “Villa verde”, ha ricevuto venerdì sera alle Terrazze di Grignano come “Infermiere dell'anno”.

Si tratta del premio “Valentina Sossi”, riconoscimento che per la prima volta va a un professionista del “take care” nella terza età, arrivato alla terza edizione e promosso dal Collegio Ipasvi di Trieste. Per il terzo anno di seguito ha vinto una donna, nonostante Rosa si sia trovata in finale con Manuela Dreos, della Terza medica di Cattinara, ma anche con Piero Dal Grande, del complesso operatorio dello stesso ospedale.

A votare Rosa sono stati i cittadini, chiamati a esprimersi sul sito dell’Ipavsi, segnalando operatori e operatrici della sanità particolarmente meritevoli per professionalità e capacità di assistenza. Ad assegnare il premio, poi, una commissione presieduta dalla tesoriera di Ipasvi, Franca Masala, e composta da Giulia Gerebizza, vincitrice della prima edizione e consigliere Ipasvi, Erika Ubaldini, responsabile del gruppo “Libera professione”, e Patrizia Piriavich, consigliere del gruppo “Formazione”. La proclamazione è avvenuta, venerdì sera, per voce del presidente di Ipasvi, Flavio Paoletti.

Rosa Mingrone premiata dal presidente...
Rosa Mingrone premiata dal presidente dell’Ipasvi Flavio Paoletti

Nessun accento napoletano, eppure nel capoluogo campano Rosa ci è nata nel 1960, e già lì la chiamavano “la forestiera”. Voleva andare via, e così, nel ’94, nonostante avesse già tre figli, è partita per il Nord. «Trieste - racconta - è una Napoli in miniatura, Castel dell’Ovo è uguale a Miramare, qui come lì ci sono mare, collina e altipiano, il golfo è bellissimo come il nostro, ma più piccolo, San Giusto invece assomiglia al Maschio Angioino».

In famiglia non erano proprio convinti della scelta, e così, inizialmente, solo lei e i figli più piccoli hanno preso il volo, mentre il marito Claudio li ha raggiunti successivamente assieme a Teresa. Piccola di statura, occhi grandi, colori mediterranei e due braccia forti che mostrano la sua forza.

Non solo fisica, ma anche mentale, quella che l’ha spinta a 31 anni, con i bambini cui badare, a iscriversi alla Scuola per infermieri dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, che definisce “dura”. «Già all’epoca - spiega - lì si parlava di presa in carico del malato a 360 gradi, anche solo per cure di sostegno morale. Era una scuola già proiettata nel futuro».

Questa dedizione totale al malato, coniugata al fatto che la struttura in cui lavora coinvolge anche tutti i familiari dei pazienti, è stata secondo lei l’elemento a favore della sua candidatura. E infatti la commissione l’ha voluta premiare “per aver saputo entrare nella dimensione della terza età leggendo bisogni inespressi, per la capacità di tenere un doppio sguardo, sull’anziano e sui suoi familiari, sapendo sempre trasmettere  - nelle parole di Alda Merini - quella sensazione che si chiama Vita”. «Noi ci prendiamo carico di tutta la famiglia con servizi di territorio - spiega Rosa - grazie ai rapporti con la Regione e il Distretto sanitario, e cerchiamo di rimandare i nostri pazienti a casa».

Appena arrivata a Trieste, Rosa ha lavorato in una casa di riposo. A “Villa verde” è stata assunta inizialmente come infermiera, ma dopo alcuni corsi per dirigente nelle residenze polifunzionali il suo ruolo pian piano è cambiato. Puntando comunque «a condividere con il titolare - precisa - percorsi e protocolli per migliorare sempre più la qualità di vita delle persone ricoverate».

E ciò sin dall’inizio, prima dell’ingresso dei pazienti nella struttura, con gli incontri con le persone e i famigliari, per capire il contesto, il carattere, per creare «un buon anello di sostegno». Per poi coinvolgere il più possibile i famigliari nella vita quotidiana del paziente, invitandoli a pranzare con lui, a partecipare alle feste, a portarli a spasso e a comunicare con i volontari attraverso i i social network.

La voglia di Rosa di aiutare il prossimo parte da un sogno, «che non si avvererà mai più - dice senza rimpianti -. Avrei voluto diventare pediatra, e mettere su una casa d’accoglienza per tutti i bambini e i ragazzi, da zero a 18 anni, rifiutati dal mondo. Vedevo già i laboratori o le aule per farli studiare e diventare così la mamma del gruppo».

Una mamma modello, che il figlio Andrèshawn ringrazia: non solo lo ha portato a un concorso di voci emergenti a Padova, ma scrive anche le canzoni rap con lui. E quella che non è passata inosservata al “talent” è una protesta verso le cose che non funzionano: “Lettera senza mittente”. Rosa, che la creatività ce l’ha nel sangue, chiosa: «Così i ragazzi stanno buoni e non fanno le rivoluzioni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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