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Mafia in Fvg

Le mani della ’ndrina su droga e armi: ora ci sono le prove

Giuseppe Iona accusato di essere il boss del clan a Monfalcone Gli investigatori dell’antimafia lo hanno interrogato a Trieste

In regione, il nome della famiglia Iona ha sempre avuto un peso specifico notevole. Nel mondo imprenditoriale, sono noti per le loro attività edili e, in particolare, per i lavori di movimento terra. Negli ambienti investigativi, invece, li si conosce per le loro origini calabresi e per il sospetto che il loro trasferimento al nord, almeno a partire dagli anni Novanta, non abbia affatto reciso il cordone ombelicale con la ’ndrangheta crotonese.

Da giovedì, con l’interrogatorio a Trieste di Giuseppe Iona, 51 anni, residente a Monfalcone, l’ipotesi ha preso forma, traducendosi in un’imputazione senza precedenti in Friuli Venezia Giulia: l’esistenza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, con base nella città dei cantieri e organizzata a immagine e somiglianza di una ’ndrina. E cioè di un clan locale, con tanto di boss e affiliati, ricorso alla violenza e all’intimidazione e di un giro vorticoso di affari sporchi.

Dalla droga al traffico di armi. Proprio come il procuratore di Trieste e capo della Direzione distrettuale antimafia, Carlo Mastelloni, va ripetendo dal suo insediamento in regione, nel 2014, e come il Messaggero Veneto ha rilevato in più occasioni, anche attraverso l’autorevole voce del giornalista de l’Espresso, Lirio Abbate.

Il faccia a faccia con i pm La svolta, o meglio, l’ora della discovery dell’attività d’indagine condotta per mesi dagli uomini della Direzione investigativa antimafia di Trieste, è scoccata l’altro giorno, con l’ingresso nel palazzo di giustizia di via del Coroneo dell’uomo che, dal 2008 a oggi, si ritiene abbia diretto la ’ndrina friulana - la prima di cui si abbia notizia -, e curato gli interessi illeciti della propria famiglia e dell’organizzazione malavitosa a lui collegata. Accompagnato dai propri difensori, Iona si è presentato all’invito a comparire che gli era stato notificato nei giorni scorsi, insieme all’avviso di garanzia, e ha risposto alle domande che gli sono state poste dallo stesso Mastelloni e dal sostituto procuratore Federico Frezza, titolare del fascicolo.

Poi, con un autentico coupe de theatre, la porta dell’aula gip in cui si stava svolgendo l’interrogatorio si è aperta ed è stato fatto entrare un altro calabrese: un volto noto a Iona, un suo vecchio conoscente passato nel frattempo dall’altra parte. Quella dello Stato. Un collaboratore di giustizia, insomma. Un pentito che, a un certo punto della propria carriera criminale, ha deciso di parlare.

E di cose, da quando l’inchiesta è partita, ne ha dette tante. Compreso ciò che “Pino” Iona è stato e ha continuato a essere, mentre con i suoi camion operava nel settore del movimento terra. Il faccia a faccia tra i due, come prevedibile, ha prospettato versioni tutt’altro che convergenti. Ma il materiale basta a proseguire sul solco tracciato. Una strada che nessuno, prima di Mastelloni e della sua squadra, aveva saputo o voluto imboccare.

Fiumi di cocaina Lungo e, ovviamente, ancora in evoluzione il capo d’imputazione contestato a Iona. Si parte dalle accuse di detenzione e di partecipazione a un sodalizio criminoso dedito al traffico di sostanze stupefacenti. Fiumi di cocaina: un chilo a settimana, secondo gli inquirenti, in un periodo compreso tra il 2007 e il 2011. Una favolosa macchina da soldi, insomma, che avrebbe fatto il paio con quella, non meno lucrosa, del traffico di armi provenienti dai Paesi dell’Est e con una serie di altre attività illecite, realizzate proprio in forza dell’appartenenza alla ’ndrina.

Lui, il boss, comandava e gli altri, sulla cui identità vige ancora il segreto istruttorio, obbedivano, rastrellando denaro e alimentando il clan. «La ’ndrina – ipotizzano gli investigatori – si avvaleva della forza intimidatoria derivante dall’inserimento organico nella malavita organizzata calabrese, che veniva continuamente menzionata alle persone su cui fare pressione». Minacce neppure troppo velate, quindi, come si usa al Sud, ma con l’avvertenza di non dare nell’occhio. I ricordi del pentito Era stato lo stesso collaboratore di giustizia, in uno dei primi colloqui con gli inquirenti, a svelare le regole del gioco stabilite più di vent’anni prima, quando i tentacoli della mafia avevano cominciato ad allungarsi nell’estremo Nord-Est d’Italia.

L’ordine di scuderia era di non farsi notare e di lasciare al Fvg la parvenza di regione immune dal rischio infiltrazione, perchè soltanto così sarebbe stato possibile investire proventi illeciti e far transitare droga e armi, senza incorrere nei controlli, mirati e massicci, delle forze dell’ordine. La storia sta dimostrando come le cose siano andate proprio così. Complice anche quella che Mastelloni non ha esitato a definire una «miopia rivelatasi autodistruttiva, e captata invece dalle antenne di camorristi, mafiosi e ’ndranghetisti, adusi a fiutare i vuoti di potere e le debolezze del sistema». Il pegno alla “locale” Tra le accuse mosse a Iona, c’è anche «l’impiego di beni da sottrarre al sequestro e alla confisca di terze persone».

E c’è addirittura l’indicazione, chiara e precisa, dell’appoggio logistico garantito alla locale (la struttura terrotoriale di base della ’ndrangheta) retta da quello stesso collaboratore di giustizia, a Rho. L’ipotesi è che gli versasse «il 5 per cento». Ma a squarciare il passato è anche un fatto di cronaca nera che una sentenza del tribunale di Trieste aveva chiuso nel 2005: l’omicidio del dj Paolo Grubissa, commesso il 24 novembre di due anni prima e per il quale fu condannato a 20 anni reclusione il suo datore di lavoro, Salvatore Allia. Il caso passò agli annali come un delitto passionale.

Ora, a distanza di più di dieci anni, il colpo di scena: il mandante dell’esecuzione di Grubissa sarebbe stato Giuseppe Iona. Il boss della ’ndrina, appunto. La famiglia calabrese Della famiglia Iona si era parlato in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, quando, nell’elencare i soggetti monitorati dalle forze dell’ordine, il presidente della Corte d’appello aveva indicato anche la “It Costruzioni

generali” di Monfalcone, di proprietà di Martino e Antonio Iona e di Teresa Antonella. Di lì a un mese, la Dia ne aveva perquisito la ditta, nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza una truffa da 800 mila euro sui lavori di sbancamento del cantiere Cartubi, in un’area portuale di Trieste.

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