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«Salvati dall’ossessione della madre»

La Procura: «Un caso di sindrome di Münchausen. Avremmo potuto adottare un provvedimento restrittivo»

Sindrome di Münchausen, anzi per essere più precisi Sindrome di Münchausen per procura altrimenti detta Sindrome di Polle. É questo il disturbo psichiatrico che il capo della Procura della Repubblica di Gorizia, Massimo Lia, evoca parlando dal caso che vede al centro di una indagine giudiziaria i genitori di due bambini entrambi affetti da una grave patologia sottratti alla famiglia per “eccesso di cure”. Comportamento che nello specifico ha portato a indagare nei confronti della coppia per il reato di maltrattamenti. Un disturbo mentale, la Sindrome di Polle, che affligge per lo più donne-madri e che le spinge ad arrecare un danno fisico al figlio per attirare su di sè l’attenzione del prossimo. Un comportamento che nello specifico il sostituto procuratore della Repubblica Valentina Bossi, cui è stato affidato il caso, ha ritenuto altamente lesivo della salute dei due bambini. «Se il Tribunale per i minorenni di Trieste, accogliendo una specifica istanza di quella Procura non avesse provveduto a sottrarre i due fratelli alla famiglia - sottolinea il dottor Lia - allora sarebbe intervenuto questo ufficio ad avanzare una richiesta in tal senso al Tribunale ordinario per dare un taglio netto al perpetuarsi di questa situazione». Come? «Con un provvedimento restrittivo della libertà personale volto a impedire ai genitori di avvicinare i figli. E c’erano tutti i presupposti per farlo, visto la sussistenza della reiterazione del reato di maltrattamenti». La Procura goriziana ha soprasseduto a presentare una simile richiesta a seguito della decisione presa dal Tribunale per i minorenni. «Insomma - ribadisce il procuratore capo - l’importante era porre fine a quelle cure eccessive cui venivano sottoposti i due bambini». Sulla vicenda, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Trieste fa sapere con una nota «che i provvedimenti provvisori finora assunti dal Tribunale sono compiutamente motivati e conformi alle richieste di questa Procura». Di più non dice, se non sottolineare di non voler entrare nel merito della vicenda e ciò «per rispetto della elementare e ormai arcinota regola giuridica e di civiltà per la quale ogni dato che riguarda i minorenni deve restare, se possibile, riservato». «Dispiace, quindi - aggiunge - che ai lettori resti solo la possibilità di conoscere quelle tesi, oltrettutto parziali ed espresse con termini e argomenti “emotivi”». A fare da contraltare alle posizioni della difesa, che ha voluto rendere noto il caso, è ancora una volta il dottor Lia: «Si tratta di una vicenda delicata e complessa e grave già di per sè, ma che è precipitata quando a seguito dell’intercettazione telefonica di una conversazione tra la madre e il padre dei due bambini è emerso che la donna, fortemente provata, diceva di non essere più in grado di reggere quella situazione e che avrebbe fatto una pazzia». «Ma non sono state certe quelle parole a determinare l’incriminazione della coppia, sulla quale gli inquirenti stavano indagando dal

2005 utilizzando diversi metodi per il reperimento di sempre maggiori prove. Indagini che sono proseguite, ma solo dopo l’allontanamento dei figli dai genitori, anche attraverso perquisizioni domiciliari e al sequestro di materiale ritenuto utile all’inchiesta».

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