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Tamara Blazina: «Respiro trasfrontaliero per la città metropolitana»

La deputata Pd si schiera con l’ipotesi Russo ma ne allarga i confini: «Serve un ente che vada oltre la provincia di Trieste. Il Friuli deve dire la sua»

TRIESTE. «Bene ha fatto Cosolini a programmare alcuni incontri di approfondimento. Sull’area metropolitana serve un luogo reale di confronto». Tamara Blažina, deputata Pd espressione della minoranza slovena, chiede di concretizzare un dibattito «al momento rimasto sul vago». Opportuno dunque discutere del nuovo assetto della Venezia Giulia «chiarendo innanzitutto gli obiettivi che il territorio vuole raggiungere». E dunque «fermiamoci, coinvolgiamo i soggetti interessati e costruiamo un progetto comune». Secondo Blažina, quel progetto non può che avere un profilo transfrontaliero. Tanto più in una regione, ricorda l’onorevole dem, che ha a lungo trattato di Euroregione, che conosce già il Gect di Gorizia e che è pure parte della Macroregione Adriatico-Ionica.

Al tavolo voluto da Roberto Cosolini che proposta si sente di fare: città o area metropolitana?

Immagino un ente che vada oltre la provincia di Trieste. Altrimenti, dato che abbiamo la Unione territoriale intercomunale giuliana, non avrebbe senso. Dopo di che vanno chiariti al più presto i rapporti di difficile coabitazione all’interno della regione.

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Andare oltre Trieste significa inglobare Monfalcone?

Certamente, ma non solo. Abbiamo a lungo ragionato di Euroregione e c’è la Macroregione Adriatico-Ionica, di cui il Fvg fa parte e che già adesso offre varie opportunità dopo che la sua strategia è stato approvata dalla Ue lo scorso ottobre. Abbiamo anche il Gect. Ci ritroviamo in sostanza in un quadro che va oltre i nostri confini. Trieste può diventare centro di un’area che, proiettata verso la provincia di Gorizia, avrebbe un respiro transnazionale.

Ci crede o è un’idea che rimarrà sulla carta?

Cosolini fa appunto bene a cercare di concretizzare il percorso. Mettiamo in fila i contenitori e cerchiamo di capire come poter raggiungere l’obiettivo. Finora siamo rimasti troppo in superficie. Prima o poi si dovrà mettere mano anche alla legislazione.

Il Consiglio regionale ha ricordato al parlamentare Russo la sua competenza sull’ordinamento degli enti locali.

Siamo una Regione a statuto speciale, pensiamo perciò a leggi “speciali”. Gli incontri a Trieste, a partire da quello con il sottosegretario Bressa e a seguire con altri esperti costituzionali, chiariranno anche le procedure. Il punto chiave è non perderci in dispute che non portano da nessuna parte. Fermo restando che è necessario valorizzare le specificità che il territorio ha.

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Che prospettiva vede per il resto della regione?

In un riassetto istituzionale complessivo non si può non tenere conto di ciò che pensano tutti i territori. Trieste può fare da traino al confronto, ma non deve prevaricare. L’emendamento Russo ha avuto il merito di smuovere le acque, anche il Friuli deve poter dire la sua.

L’area triestina transfrontaliera può integrarsi con il nuovo sistema delle Uti?

Condivido la riforma, ma mi pare che nel metodo non tutto sia stato messo a punto in maniera corretta. C’è stato in particolare poco coinvolgimento delle piccole comunità. Le difficoltà nell’approvare gli statuti delle Unioni lo stanno facendo emergere.

Che cosa fare adesso?

Abbiamo la necessità di condurre la riforma fino in fondo. Le Uti sono un primo step, una fase di partenza per arrivare ad altri assetti. Ma servono disponibilità al dialogo e pazienza. E uno sforzo comune. Perché non ci possiamo dimenticare una storia regionale, e italiana, in cui i comuni sono diventati la principale espressione delle comunità, l’istituzione più vicina ai cittadini.

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I Comuni della minoranza slovena che ruolo hanno in questa partita?

Sono emerse posizioni abbastanza ostiche rispetto alla riforma. Rilevo una grande preoccupazione per il possibile venir meno del ruolo dei comuni di salvaguardia delle specificità. Specificità che significano ricchezza. Nel nostro caso la città metropolitana potrebbe effettivamente sostituire l’attuale provincia, ma tutti i Comuni dovrebbero avere il diritto all'autodeterminazione e, nel caso accedessero alla città metropolitana, ciascuno dovrebbe mantenere pari dignità e competenze dirette sul proprio territorio.

Lei condivide quella preoccupazione?

Va sicuramente tenuta in debito conto. Penso ai Comuni sloveni, ma anche ad altre identità del Friuli Venezia Giulia. Tenere insieme le minoranza deve essere obiettivo virtuoso di chi vuole dimostrare capacità di cambiamento. Il futuro si progetta insieme. E il risultato finale non dovrà essere una omologazione. La strada può sembrare in salita, ma va percorsa con convinzione.

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