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Quella telefonata ad agosto: "Pronto, sono Papa Francesco"

Monsignor Roberto Rosa, il triestino nominato dal Pontefice fra i 14 italiani membri del Sinodo sulla famiglia: «Gli avevo scritto una lettera. La mia posizione? No a divisioni»

TRIESTE «Pronto? Sono Papa Francesco...». Se una telefonata non ti allunga la vita, certamente te la segna. La vita di monsignor Roberto Rosa, il cinquantanovenne parroco di San Giacomo scelto dal pontefice in persona per prendere parte al Sinodo sulla famiglia, cambia improvvisamente una domenica pomeriggio di agosto. «Ero a casa, avevo appena finito di pranzare, e a un certo punto mi suona il cellulare». «Santità...». Don Roberto ha custodito questa storia nel suo cuore per settimane, parlandone solo con il vescovo Giampaolo Crepaldi. E ora accetta di renderla pubblica, «perché è bello raccontare le cose belle che ci sono». La gioia di parlare con il Papa. La gioia di partecipare - assieme a porporati di tutto il mondo - a un Sinodo che potrebbe rivelarsi epocale per la Chiesa tutta.

Come Bergoglio sia arrivato al prete di San Giacomo è molto semplice. Disarmante. Il sacerdote, che segue sempre con attenzione il dibattito sui temi della famiglia e gli interventi del Papa, aveva deciso di spedire una lettera a Roma con i propri pensieri. Una delle innumerevoli lettere che il Vaticano riceve quotidianamente. Francesco l’ha letta, ne deve essere rimasto colpito, e non ha fatto altro che alzare la cornetta. «Sono il Papa...».

Don Roberto, si è emozionato, com’è immaginabile?
Beh, sì. Era una domenica pomeriggio di agosto, ricordo. Suona il telefono: “Pronto? Cercavo don Roberto”.

Cosa ha risposto?
“Sono io”, ho risposto. “Sono Papa Francesco, volevo parlare un po’ con te...”. “Santità, grazie per la telefonata”, gli ho detto. Non me lo sarei mai aspettato. Io avevo scritto solo alcune considerazioni sulla pastorale della famiglia, qualche riflessione sulle difficoltà dei nostri tempi.

Cosa vi siete detti?
Siamo stati al telefono credo cinque minuti, anche se in situazioni del genere si perde un po’ il senso del tempo. Abbiamo discusso della pastorale e della famiglia, con semplicità, mi pareva di parlare con il mio parroco di quando ero ragazzo. Ma ho mantenuto sempre riservato questo nostro colloquio, l’ho raccontato solo al vescovo.

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Un parroco triestino tra i nominati al Sinodo

Si tratta di monsignor Roberto Rosa, che regge la parrocchia del rione di San Giacomo. Indicato da Papa Francesco tra cardinali e vescovi. I lavori, dedicati alla famiglia, inizieranno il 4 ottobre

Lei è uno dei 14 italiani che figurano nell’elenco dei 45 membri di nomina pontificia per l’assise che si terrà in ottobre. Cosa si aspetta?
I temi riguardano la famiglia nella nuova evangelizzazione. La Chiesa è impegnata già da diversi anni, ancora con Giovanni Paolo II, in questo percorso. Si tratta di annunciare il Vangelo: la famiglia ha sempre avuto un ruolo primario nella vita pastorale per la trasmissione della fede. Oggi c’è una difficoltà in questo e la famiglia ha bisogno di essere sostenuta a testimoniare l’amore. Tanti matrimoni falliscono, il Sinodo si occuperà di questo.

Pensa che sui temi nodali, come la comunione ai divorziati o le coppie omosessuali, il Sinodo abbraccerà le aperture tracciate dal pontefice?
Credo di sì. Sono problematiche che non si possono ignorare e alle quali ci si deve accostare con rispetto, e che giustamente il Sinodo prende in considerazione. La tendenza generale è di un’apertura. Nella vita di ogni giorno da parte dei sacerdoti ci vuole sempre molta saggezza ed equilibrio nel valutare le singole situazioni. Ce lo ricorda proprio il Sinodo che la persona viene prima di tutto, poi vedremo cosa suggerirà il Signore alla Chiesa in quelle giornate. Ora non so quali sono i movimenti e le posizioni interne, cosa mi devo aspettare. Posso solo dire che per me è stata una cosa imprevista poter partecipare, ma cerco di viverla nella fede. Per me è prendere parte a un evento di fede, dove c’è una Chiesa che legge la Storia, che è illuminata dallo Spirito Santo sotto la guida di Pietro. Il Signore ci chiama a camminare assieme, la Chiesa è maestra di vita, umanità. Ed è madre.

Rispetto alle tematiche che citavamo e che potrebbero determinare una svolta nel pensiero della Chiesa, lei si sente più tradizionalista o ha una visione più progressista?
Sono definizioni in cui non mi ritrovo. Si dovrebbe mettere da parte l’idea di una Chiesa divisa per compartimenti e correnti, tra conservatori e altro. La Chiesa è un popolo che cammina e noi sacerdoti dobbiamo essere pastori e stare vicino ai bisogni della gente, come ci ricorda Papa Francesco.

Nel rapporto tra la Chiesa e la famiglia qual è, secondo la sua analisi, il problema più urgente?
Noi preti sappiamo bene che dovremmo impegnarci di più come parrocchie e comunità a preparare i giovani al matrimonio. Il matrimonio è un dato creaturale perché l’ha voluto il Signore fin dalla Creazione. Ed è una vocazione. Come comunità cristiana si devono educare i giovani e le famiglie per far capire quanto il sacramento del matrimonio sia un bene enorme per la società. Però tante coppie si sgretolano, sono in crisi. Ma non si deve darne colpa a nessuno, serve una testimonianza molto forte di quello che è il progetto di Dio per l’amore umano.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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