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l'intervista

Speranza: «Non voglio un Pd ridotto a megafono di Palazzo Chigi»

«Spariamo sulla sinistra e parliamo con Verdini, è un film dell’orrore. Tagliare le tasse sì, ma per creare lavoro»

ROMA. Roberto Speranza, 36 anni, potentino, è uno dei leader del Partito democratico. Guida la componente Area riformista, che in autunno convergerà - secondo i piani - con l'area che fa capo al triestino Gianni Cuperlo per una minoranza riunita del Pd. Studi a Roma e Copenaghen, laurea in Scienze politiche alla Luiss, un corso alla London School of Economics, lunga esperienza politica attraverso i Ds e il Pd di cui ha guidato la segreteria regionale della Basilicata. Eletto per la prima volta nel 2013 alla Camera, è stato capogruppo del Pd, carica da cui si è dimesso nell'aprile scorso (gli è subentrato il triestino Ettore Rosato) in polemica con la fiducia posta dal governo sull'Italicum.

Onorevole Speranza, le frizioni con la maggioranza del Pd non sono finite: protestate per le modifiche allo statuto che richiamano alla disciplina di partito. Perché? Perché nel partito c'è un dibattito vero, profondo, e non credo che le questioni possano essere risolte per via disciplinare. Il tema è costruire una discussione politica capace di affrontare i problemi, non silenziare tutto. Negli ultimi mesi si sono compiute scelte del tutto slegate dal mandato politico ricevuto alle elezioni e dall'esito del congresso. Penso alla Buona scuola, al Jobs Act, all'Italicum. Su queste materie non si può procedere come treni, ma occorre confrontarsi e ascoltare il proprio elettorato.

In autunno la minoranza Pd dovrebbe fare il passo decisivo dell'aggregazione. Lei sta studiando da anti-Renzi? Il punto qui è che il Pd deve essere davvero plurale e non può ridursi a fare il megafono di Palazzo Chigi. Se la voce del Pd è solo quella di Renzi, un pezzo del nostro mondo ci volta le spalle. Dobbiamo perciò lavorare su questo: non costruendo nuovi personalismi ma proponendo un altro punto di vista. Non possiamo ritrovarci contro parti importanti del nostro elettorato, come il mondo della scuola: 618mila insegnanti che scioperano non lo fanno per un ordine arrivato da Roma dal sindacato o da una parte del partito, ma perché vogliono testimoniare un loro disagio autentico.

In Inghilterra, Paese che lei conosce bene, il Labour che fu di Blair vede emergere come leader la figura di Corbyn, molto connotato a sinistra: una iattura per l'ex premier britannico, che dice "si vince al centro". Italia e Inghilterra sono contesti diversi, e tuttavia le dico tranquillamente che non pagherei mai il prezzo di stravolgere le mie idee pur di vincere le elezioni. Io non ho paura di pronunciare la parola "sinistra". Il Pd per me è la sinistra in Italia. Le elezioni le possiamo vincere, come già abbiamo fatto, con le nostre idee. Non credo alle formazioni indistinte, dove scompaiono i confini tra destra e sinistra. Né credo nel Partito della Nazione. Vorrei invece un partito che rilanci in modo innovativo le tradizioni politiche che lo hanno costruito, quella di sinistra e quella cattolico-democratica. Per esempio, non facciamo la gara con Salvini a chi ha la ruspa più grande, ma partiamo dall'integrazione per affrontare seriamente la questione immigrazione.

Cos'è per lei il renzismo? Credo che sia troppo presto per valutarlo. Non nego che attorno a Renzi si siano aggregate speranze e voglia di cambiamento. Ma il rischio è che il passo successivo sia la disillusione, ed è uno scenario che non auspico e che anzi guardo con preoccupazione.

Il Pd ha perso pezzi a sinistra: prima Civati, poi Fassina. Sel è all'opposizione in Parlamento. Che rapporti costruire con chi è alla vostra sinistra? Non condivido la scelta di chi ha deciso di uscire, perché la sinistra deve essere protagonista nel Pd. Tuttavia non credo che vadano considerati come dei nemici del popolo. Bisogna costruire ponti con loro, non scavare un fossato ancora più profondo. Senza contare che, per stare a Sel, governiamo con loro nella maggioranza di Comuni e Regioni. Asfaltare tutto quello che ci circonda e sfidare il mondo da soli è un'idea che non funziona. Alle amministrative, quasi nessuno dei nostri candidati nei ballottaggi è cresciuto tra il primo e secondo turno. Intorno abbiamo il vuoto. Pensiamoci, prima di andare a sbattere: anche perché il ballottaggio è previsto anche nell'Italicum.

Intanto Verdini si avvicina alla maggioranza. Lei ha lanciato l'hashtag #renzirottamaverdini... Abbiamo quest'ansia di sparare sulla sinistra e intanto interloquiamo con Verdini e gli amici di Cosentino. Un "film dell'orrore", l'ho definito, e lo ripeto.

Taglio delle tasse, anche qui nuove polemiche. Detto chiaramente: se l'obiettivo è evitare che il Pd sia fatto passare come il partito delle tasse, secondo la propaganda della destra, io condivido totalmente. Abbassare il carico fiscale è sacrosanto, ma si può fare in diversi modi, favorendo diversi interessi. Il punto è che dobbiamo avere un nostro profilo. E quindi puntare prima di tutto sul lavoro e sugli investimenti che creano lavoro: ad esempio mi aspetto che siano confermati gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni. Poi progressività, cioè partire dai più deboli. Se hai un attico in centro puoi tranquillamente pagarla una tassa sulla casa. Così possono liberarsi risorse per una misura universale di contrasto alla povertà che esiste in tutta Europa tranne che in Italia e in Grecia. Infine, tagliare le tasse sì, ma facendo una battaglia seria contro l'evasione fiscale.

Per chiudere, nel governo locale il Pd sta vivendo due situazioni amministrative assai delicate: la Regione Sicilia con Crocetta e il Comune di Roma con Marino. Il

Pd non può più tentennare, su entrambi i fronti. Occorre una posizione chiara. Ci sono le condizioni per il rilancio delle due esperienze amministrative? Se ci sono, si proceda subito. Altrimenti se ne traggano le conseguenze. Basta fare gli spettatori.

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