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Ex campo profughi di Padriciano, uno dei simboli dell’esodo

All’interno del comprensorio un museo ricorda l’odissea vissuta dagli istriani

Quello di Padriciano fu uno dei più grandi degli oltre cento luoghi di accoglienza (ex caserme, scuole, magazzini) che in Italia ospitarono dopo il 1947 (questo dal 1948 al 1976) per molti anni parte dei 350 mila esuli dall’Istria, Fiume e Dalmazia; questo campo mantiene larga parte della struttura originaria, custodisce gli arredi ed accessori originali, a testimonianza delle terribili condizioni in cui erano costrette le famiglie di profughi.

Il comprensorio venne progettato quale installazione periferica per le forze armate angloamericane di stanza nel Territorio Libero di Trieste. Ben presto dismesso, venne prontamente riutilizzato per far fronte all’emergenza profughi, sempre più pressante a partire dagli anni ’50, con dei picchi nel 1954-55 (Esodo dalla Zona B). Fu una delle infrastrutture militari alleate che, come previsto dai protocolli connessi al passaggio della Zona A del Territorio Libero di Trieste all'Italia, venne destinata al ricovero ed all'assistenza dei profughi istriani che transitavano sul territorio per venire smistati nei Centri raccolta profughi della penisola.

L’intera superficie del centro, dismesso definitivamente nei primi anni ’70, è tuttora delimitata dalla recinzione originaria ed il campo, pur essendo state demolite le baracche in legno modello “Pasotti”, conserva inalterata la struttura originaria. Si tratta di uno dei pochissimi campi profughi del territorio nazionale che non abbiano subito modifiche o stravolgimenti dopo la cessazione del loro utilizzo.

Il campo era dotato di un ingresso principale situato nella zona centrale del complesso, dotato di un varco a doppia cancellata, ove era situato anche il posto di controllo della Polizia Civile, annesso alle palazzine in muratura dell’amministrazione. L’accesso al campo era strettamente regolamentato sia in ingresso che in uscita e la circolazione non era libera.

Nelle ore notturne i varchi venivano chiusi senza eccezioni di sorta persino per i profughi residenti. Sono ancora ben visibili gli edifici a più piani che erano parte delle strutture centrali del campo, nelle quali trovavano posto la mensa comune ed alcuni magazzini ed uffici amministrativi.

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