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«Porto, l’Europa guarda a Trieste e noi le giriamo le spalle»

La denuncia dello spedizioniere Francesco Parisi sugli attuali disservizi L’armatore Hatzakis: traghetti greci abbandonati a se stessi all’ormeggio 57

«L’Europa in questo momento ci sta guardando, se continuiamo a girarci dall’altra parte si stancherà». La frase è di ieri pomeriggio, a pronunciarla Francesco Parisi, presidente del gruppo che con la società Emt (Europa multipurpose terminals) che opera sul Molo Sesto gestisce il terminal che negli ultimi tre anni è quello che all’interno del porto di Trieste ha registrato il più cospicuo incremento di traffici, soprattutto grazie all’intermodalità e ai collegamenti ferroviari con il Centro Europa. Alla vigilia della partenza, la settimana prossima, di un nuovo importante servizio i cui dettagli intende svelare solo nei prossimi giorni, ma che testimonia appunto un certo interesse degli operatori europei per Trieste, Parisi lancia un invito accorato: «Dobbiamo rimboccarci tutti le maniche prima che sia troppo tardi». In questo caso il riferimento è soprattutto a quella maledetta doppia manovra (Adriafer all’interno del perimetro portuale e Trenitalia all’esterno) «che continua ad essere più costosa e più lunga a Trieste rispetto a tutti gli altri porti italiani proprio adesso che abbiamo l’occasione di battere la concorrenza di Capodistria dato che la linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, che attende di essere raddoppiata, è ormai satura». Ma è anche al mancato accordo con Mauro Moretti, potente amministratore delegato di Ferrovie dello Stato sulla Piastra ferroviaria di Campo Marzio, fulcro di tutti i collegamenti intermodali: «La vecchia bozza creava in realtà un depotenziamento dello scalo, non potevamo accettarla. Sappiamo che c’è una nuova ma non l’abbiamo mai vista, speriamo di poterlo fare al più presto».

Al di là dell’indubbia crescita del terminal Parisi, dei traghetti turchi alla Samer, del terminal petroli della Siot e del terminal container del Molo Settimo (partito però da livelli molto bassi), la questione ferroviaria (privatizzazione di Adriafer e mancato accordo con Ferrovie dello Stato) è soltanto una di quelle che sono almeno sette ferite aperte nel cuore dello scalo, altrettante palle al piede del suo mancato sviluppo. Una seconda la svela subito Michael Hatzakis, vicepresidente di Minoan lines, la società di proprietà della napoletana Grimaldi che con i traghetti greci che partono dall’ormeggio 57 alla radice del Molo Settimo contribuisce a gran parte dell’attuale traffico passeggeri nel porto di Trieste dal momento che le crociere, almeno per un anno ancora, continueranno a languire. «Nonostante i ripetuti solleciti a Ttp, l’ultimo dei quali di venerdì scorso - rammenta Hatzakis - al terminal non esiste ancora alcun posto di ristoro per i passeggeri nemmeno il camion con i panini che era comparso per qualche settimana. I bagni sono indecorosi, sono quelli che servivano ai camionisti, e se una signora ne usufruisce non può nemmeno chiudersi la porta alle spalle, la pavimentazione è un percorso di guerra pieno di pozzanghere, negli ambienti chiusi non esiste il riscaldamento e bisogna attendere il traghetto al freddo». Anche qui purtroppo le prime ripercussioni sono già in arrivo. «Non lo so se sia solo a causa della mancanza di una stazione marittima - commenta Hatzakis - fatto sta che è previsto già un ridimensionamento del collegamento proprio nel mese e mezzo di estate piena. Da metà luglio ai primi di settembre infatti gli attuali traghetti da tremila passeggeri verranno spostati a Ravenna dove c’è più richiesta per effettuare da lì collegamenti giornalieri con la Grecia e saranno sostituiti a Trieste da altri più piccoli solo tre volte alla settimana». Si rischia la fine di quanto successo qualche anno fa con la Venizelos che alla fine abbandonò Trieste perché insoddisfatta di queste stesse strutture.

Lo Scalo Legnami che da un decennio sta attaversando un vero calvario di gestione e sforzi di ripresa vive a propria volta una fase di attesa per la necessità di mettere in sicurezza l’ormeggio non praticabile dai traghetti albanesi (che pure arrivano ancora due volte alla settimana) quando soffia la bora. Si tratta semplicemente di mettere due “bricole” come affermano il presidente Alberto Cattaruzza e l’amministratore delegato Walter Preprost. Ma pare che si stia più per fare il progetto (commissionato dall’Autorità portuale) che poi i lavori. E lo stesso Scalo

Legnami è un simbolo concreto del tempo perso. «Dopo trent’anni il collegamento ferroviario è stato ripristinato - annuncia Cattaruzza - sono stati puliti i binari, ripristinati e collaudatati gli scambi. Peccato che nel frattempo si siano perduti i clienti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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