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Guerra dei porti, Venezia nel mirino

La proposta di Assoporti scatena il putiferio. Serracchiani: «No alle fughe in avanti». Sonego: «Trieste rischia la spoliazione»

MILANO. «Il sistema portuale italiano ha bisogno di una radicale riforma, che deve essere fatta velocemente e che noi vorremmo entrasse nell’accordo per il programma di governo». Debora Serracchianni, presidente del Friuli Venezia Giulia e responsabile nazionale per le infrastrutture del Pd, entra nel dibattito incandescente sulla riforma di legge 84/94 mettendo dei paletti: «Non si può disperdere il lavoro di revisione sui porti svolto dai parlamentari del Pd al Senato e poi alla Camera: è un lavoro che risolve delle criticità anche se non scioglie tutti i nodi».

Il presidente parla chiaro e invita tutti «a dedicarsi anche all’impianto di alcuni principi fondamentali, tra cui vi è la riduzione del numero delle Autorità portuali, la definizione delle loro competenze e della loro autonomia finanziaria e il recepimento delle indicazioni che ci vengono dalla normativa comunitaria». Nello stesso tempo, Serracchiani avverte: «In quest’opera di riforma si deve però tenere conto delle specifiche caratteristiche degli scali, dai fondali ai collegamenti ai bacini commerciali di servizio. E non credo siano auspicabili fughe in avanti da parte di nessuno».

Non fa nomi, il presidente. Ma nel mirino sembra finire Paolo Costa, il numero uno dell’Autorità di Venezia. Così come non li fa Lodovico Sonego, senatore del Pd e membro della Commissione Trasporti di Palazzo Madama, il quale prende atto che la proposta di revisione di Assoporti è frutto di una mediazione e si muove in linea con quella del ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Maurizio Lupi. Proposta, quest’ultima, che Sonego definisce «sbagliata e molto velleitaria» paventando addirittura che in essa «ci siano profili di incostituzionalità che impattano direttamente anche sul Friuli Venezia Giulia».

Il senatore avverte che il proposito perseguito dal ministero, nel caso dell’Alto Adriatico, «vuol dire Autorità portuale unica a Venezia con poteri di decidere la politica di trasporti, logistica, infrastrutture, urbanistica, trasporto pubblico locale e gestione del demanio marittimo dell’intero distretto che includerebbe anche il Friuli Venezia Giulia». Si tratterebbe, in sostanza, della nascita della macroregione e dello svuotamento delle regioni esistenti. «Poteri abnormi – obietta - con il corollario non trascurabile che la nuova macroregione non verrebbe governata da organi eletti democraticamente dai cittadini ma da un direttorio di nomina ministeriale».

Di sicuro, la proposta di riforma di Assoporti un risultato l’ha ottenuto: mettere tutti contro tutti. Probabilmente, il giovane presidente Pasqualino Monti, prima di depositare la bozza sul tavolo del ministro Lupi, mai si sarebbe aspettato un epilogo di questo tipo. A questo punto, il fatto inconfutabile è che sulle banchine italiane sono iniziati a volare gli stracci. Ad alzare per primo il tiro è stato Luigi Merlo, il presidente dell’Authority di Genova, il porto più importante d’Italia, che ha definito la proposta dell’associazione «un testo pieno di ipocrisie e di contraddizioni». Insomma, un pasticcio. Anche se il j’accuse di Merlo non trova per il momento una sponda in nessuno dei suoi “colleghi”, soprattutto in quelli liguri di La Spezia e di Savona che, per partito preso, non stanno mai con Genova.

Anzi, paradossalmente, a bacchettarlo è proprio un “genovese doc” come Francesco Mariani, presidente del Levante e vice presidente di Assoporti, che etichetta l’uscita di Merlo «stizzita e offensiva». Trieste tace, mentre da Venezia il presidente del porto Paolo Costa, considerato un po’ da tutti il vero “regista” di quel documento, preferisce non alimentare la querelle limitandosi a dire che quella proposta va bene così perché «apre alla possibilità di dare vita ad alcune Autorità portuali logistiche di interesse strategico».

In attesa del redde rationem, l’unica cosa certa è che la bozza del ministero e di riflesso quella di Assoporti si focalizzano su alcuni punti cardini: innanzitutto, prevedono la nascita di 8 Autorità portuali chiamate Apl (Autorità portuale e logistica di interesse strategico). Che sono: Alto Tirreno, Medio Tirreno, Basso Tirreno, Alto Adriatico, Medio Adriatico, Basso Adriatico-Ionio, Sicilia e Sardegna. Secondo la bozza del ministero, tutte le Autorità portuali esistenti devono essere sciolte e conferite

nelle Apl che saranno governate da una specie di amministratore delegato e da un Consiglio direttivo composto da 4 persone, incluso l’ad e un esponente per ciascuna regione interessata. Infine, l’Apl è sottratta a tutte le regole della pubblica amministrazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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