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Morta Maria Pasquinelli assassina per l’Italia

Aveva cent’anni: nel 1947 a Pola sparò al generale De Winton per protesta contro il Trattato di pace

di Pietro Spirito

Aveva compiuto cent’anni il 16 marzo scorso, ed è quasi come se con lei se ne sia andato un secolo intero di storia di queste terre. Maria Pasquinelli, la donna che il 10 febbraio 1947 uccise a colpi di pistola il comandante della guarnigione britannica a Pola, il brigadiere generale Robert W. De Winton, reo di essere il rappresentante più alto in grado delle potenze vincitrici responsabili di aver ceduto alla Jugoslavia una buona fetta d’Italia, se n’è andata in silenzio nella casa di riposo di Bergamo doveva viveva da tempo, e dove nel marzo scorso era stata festeggiata dai Polesani dell’Unione degli istriani. Silenzio, appunto. Quello stesso silenzio che Maria Pasquinelli ha mantenuto - salvo qualche rara eccezione - per tutti questi anni dopo l’assassinio del generale. Un silenzio che porta con sé vari misteri riguardo ciò che accadde allora, chi ad esempio le armò la mano, se ebbe dei complici, e q. uali. Documenti recentemente scoperti negli archivi svelano che i servizi segreti italiani e alleati erano ben al corrente di quanto stava per accadere, mentre a tutt’oggi in una cassetta di sicurezza di Trieste sono conservati i documenti riservati che la stessa Pasquinelli aveva affidato al vescovo Ravignani.

Si parlerà ancora di Maria Pasquinelli, un caso che interessa più sotto il profilo umano e morale che dal punto di vista storico, visto che il suo fu un attentato sostanzialmente inutile, non ebbe alcuna conseguenza sul piano politico e provocò poco più di un’alzata di sopracciglio tra le diplomazie delle potenze vincitrici. Ma il gesto si caricò subito di tutta una serie di significati per i trecentomila profughi italiani della diaspora, che fecero di lei un’eroina.

Dopo l’attentato Maria Pasquinelli fu condannata a morte dalla Corte Militare Alleata di Trieste, ma la pena fu commutata in carcere a vita e lei venne rinchiusa nel penitenziario di Perugia. Nel 1964, per assistere la sorella, chiese e ottenne la grazia, fu liberata e andò a vivere a Bergamo, per oltre mezzo secolo circondata con discrezione dall’affetto delle associazioni degli esuli e della chiesa cattolica. Per tutta la vita Maria Pasquinelli non si pentì mai pubblicamente dell’uccisione del generale come “atto politico”, ma non cercò mai nemmeno di scaricare la propria coscienza per avere ammazzato un uomo a sangue freddo. Le domande, ora, restano le stesse: chi è stata Maria Pasquinelli? Una fanatica o un’eroina? Una patriota o un’assassina? La scheggia impazzita di un sistema sconfitto o la pedina di un piano strutturato?

Nata a Firenze il 16 marzo 1913, diplomata maestra, poi laureata in pedagogia, Maria Pasquinelli si iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel 1933. Frequentò la scuola di mistica fascista, e nel 1940 si arruolò come crocerossina al seguito delle truppe italiane in Libia. Laggiù vide il vero volto della guerra al di là di ogni retorica e propaganda, e nel novembre del 1941 lasciò l'ospedale di El Abiar, dove prestava servizio, per raggiungere la prima linea travestita da soldato con la testa rasata e documenti falsi. Voleva stare lì, dove c’è l’orrore, e dividere la sofferenza con i soldati. Fu scoperta, riconsegnata ai suoi superiori e spedita in Italia. Ma non riusciva a stare ferma. Nel gennaio 1942 chiese di essere mandata come insegnante in Dalmazia e per un certo periodo insegnò l'italiano a Spalato.

Dopo l’armistizio e l’occupazione di Spalato da parte dei comunisti jugoslavi per Maria Pasquinelli iniziò il periodo più complesso. Fu testimone del massacro dei militari della divisione “Bergamo”, a Trieste collaborò con il Comitato Profughi Dalmati, inondò di memoriali e di denunce le autorità della Repubblica sociale, si trasferì a Milano e prese contatto con Junio Valerio Borghese, tornò a Trieste per aiutare i profughi, cercò di prendere contatti con i partigiani della Franchi legati ad Edgardo Sogno e con quelli delle Brigate Osoppo: voleva costituire un blocco per la difesa dell'italianità al confine orientale e denunciare i massacri dell’Istria. L’idea che l’Italia stesse perdendo parte delle sue terre divenne un’ossessione. Dall’Ozna ai servizi italiani e alleati tutti sapevano chi era e cosa combinava, ma nessuno fece nulla. Poi, il giorno della firma del Trattato di pace,

l’attentato di Pola. Maria Pasquinelli sparò al generale De Winton convinta che le guardie l’avrebbero subito uccisa. Era pronta a fare la martire. Invece, quando l’ufficiale cadde a terra tutti rimasero lì a guardarla, stupefatti e increduli.

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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