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Ritrovati a Trieste i libri di Carlo Michelstaedter

L’editore e libraio antiquario Simone Volpato ha scoperto i volumi appartenuti al filosofo goriziano nella biblioteca che fu dell'ex podestà Pagnini

Due lettere messe lì come un richiamo per iniziati: C.M. Ma anche la firma, provata e riprovata, per esteso: Carlo Michelstaedter. O, addirittura, Carlo Michelsteter. E i disegni, le figure inquiete, grottesche, mostruose, sui bordi delle pagine. La lampada “fiorentina” che sparge una luce vivida, ieratica, quella che può aiutare a «far di se stesso fiamma». Sono molte le tracce del sapiente a segnalare che quei libri sono stati proprio suoi. Del filosofo goriziano che si sparò un colpo di rivoltella nel pomeriggio di lunedì 17 ottobre 1910.

I libri di Michelstaedter sono rimasti per lungi anni dimenticati in un palazzo di Trieste. Nella bella casa, in piazza della Borsa, abitata fino al novembre del 1989 da Cesare Pagnini. L’avvocato, intellettuale e studioso, che era stato podestà della città durante gli anni peggiori della seconda guerra mondiale, dal 1943 al 1945. E che era finito sotto processo accusato di collaborazione con i nazisti, uscendo poi a testa alta con un’assoluzione completa. Anche se era stato lui, con Bruno Coceani, a fondare la rivista “La Porta Orientale”, che non si era sottratta alla pubblicazuione di sconcertanti articoli antisemiti.

Dentro la babelica biblioteca di Pagnini, a ritrovare il fondo Michelstaedter è stato Simone Volpato. Padovano di nascita ma triestino d’adozione, editore e ricercatore all’Università di Udine e Trieste, ha individuato 270 volumi di cui 57 erano senza dubbio di Carlo, mentre gli altri appartenevano al padre Alberto. L’agente di commercio diventato poi responsabile delle Generali a Gorizia. Quel padre che l’autore della “Persuasione e la rettorica” rappresenterà in due emblematici disegni come una sorta di Sfinge. E santificato nell’assunzione al cielo, ma con un’inaspettata gonna e i tacchi alti.

Un libraio d’eccezione era stato il tramite, nel 1951, tra Paula Michelstaedter, l’amata sorella di Carlo, unica della famiglia sfuggita all’orrore di Auschwitz, e Cesare Pagnini. Ovvero quell’Umberto da Montereale, pseudonimo del grande poeta Umberto Saba, che il giovane filosofo aveva ritratto a Firenze nel 1905. In un disegno al quale aveva aggiunto la scritta: «Tutto è bello: anche l’Uomo col suo Male. Da Beethoven».

«Curioso che Saba, segnalando a Pagnini il possibile acquisto dei libri, scriva che ha avuto la possibilità di entrare in possesso di una biblioteca goriziana di uno scrittore-filosofo e non dica il nome», spiega Sergio Campailla, docente universitario e scrittore, arrivato a Trieste da Roma proprio per visionare i libri ritrovati. Lui, che ha il merito di essere riuscito a recuperare le carte inedite, i disegni e dipinti di Michelstaedter, tracciando un profilo del tutto nuovo, nitido e affascinante del filosofo morto a 23 anni, ricorda che Saba proseguiva nel suo scritto a Pagnini: «Lo conobbi a Firenze anni addietro». E aggiungeva: «La biblioteca mi pare molto interessante. Siccome il prezzo richiesto è alto, io mi attivo se Lei è interessato (se passa in Libreria le spiego la tragica storia sua e della sua famiglia, molto simile alla mia)».

Un destino, quello di Michelstaedter, che Saba sentiva molto vicino. Anche se i loro due percorsi di vita erano stati profondamente diversi. Ma quell’essere ebrei tra mille dubbi e mille contraddizioni, quel ritrovarsi vittime dell’odio antisemita, aveva sicuramente fatto breccia nel poeta del “Canzoniere”. Così, quella parte della biblioteca goriziana, salvata grazie ai vicini di casa, passata di mano in mano e poi portata con devozione dalla sorella Paula in Svizzera, approdò a casa Pagnini nel ’51. Nessun problema per il pagamento, tanto che il poeta chiosava: «Fossero così solerti i bibliofili-mangiatori di libri».

Certo, in casa Pagnini non arrivarono tutti i libri di Carlo. E Campailla, che nel 2010 ha svelato nel volume pubblicato da Marsilio “Il segreto di Nadia B.”, la musa di Michelstaedter che si uccise con uno spettacolare suicidio in pubblico, dice subito che mancano gli scrittori russi e Karl Marx, sicurameente gli amati presocratici, da Parmenide a Eraclito a Democrito, e poi Henrik Ibsen e anche i vocabolari. Però, tra i volumi e le carte, si possono individuare traiettorie precise per entrare un po’ più a fondo nel mistero di un ragazzo di genio che decise di spararsi dopo una lite furiosa con la madre, Emma Coen Luzzatto. Mentre il suo tempo era ancora straordinariamente pieno di progetti, idee, cose da scrivere.

Ci sono diversi testi che marcano l’interesse di Michelstaedter per il territorio della Venezia Giulia e dell’Istria, per l’alpinismo. Ma anche numeri della “Voce”, tra cui uno in particolare, del maggio 1909, con un articolo di Benedetto Croce sull’«Infinito della filosofia». Titolo fumoso e perfetto per confermare il giovane Carlo nella sua diffidenza verso il pensatore partenopeo.

I classici sono ben rappresentati. C’è il Petrarca del “Canzoniere” e dei “Trionfi” con il commento di Giacomo Leopardi. C’è il Manzoni dei “Promessi sposi” e Dante, il poeta patriota amato soprattutto dal padre. Non mancano “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo, il romanzo per eccellenza sul tema del suicidio con i “Dolori del giovane Werther” di Goethe. E poi, il Boccaccio del “Decamerone”, Carducci studiato da Giuseppe Picciola. Interessante la Bibbia nella versione di Samuele Davide Luzzatto, che sottolinea il rapporto conflittuale con le origini ebraiche. Da segnalare anche le monografie su Franz Stuck e Max Klinger, arricchite dai disegnini di Carlo, artista tra gli artisti, ma mai troppo considerato.

Due destini paralleli, quelli di Carlo e Alberto, che ricordano a Campailla il rapporto di odio-amore, rispetto e lontananza intercorso tra il conte Monaldo e suo figlio Giacomo Leopardi. Tanto per dire, tra i volumi del padre, che sono marcati con un timbro, risultano i sette volumi di una “Corneide” di Giovanni De Gamerra, autore minore del ’700 italiano, che dedicò questo fluviale poema comico a storie di corna, di tradimenti. «Il padre di Michelstaedter era un battutista - dice Campailla -. Probabilmente si dilettava con queste storie per poi poterle raccontare in giro».

Ma spuntano anche testi di autori dimenticati come Cesare Rossi, amico di Italo Svevo, che firmava versi trascurabili. Tra cui una poesia intitolata “L’Isonzo”, simile per tema all’ultimo scritto lirico del filosofo goriziano.

Gorizia e il suo Comune hanno già fatto sapere che non saranno loro ad acquistare i libri di Michelstaedter.

Troppi i 17mila euro richiesti. «E allora ci rivolgeremo direttamente a Roma - afferma Marco Menato, direttore della Biblioteca Isontina - perché questi preziosi volumi possano essere riuniti al nostro già corposo fondo Michelstaedter».

alemezlo

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