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Addio Chersicla, poeta e musicista del legno

È morto a 76 anni lo scultore e pittore triestino, San Giusto d’oro: le sue opere scomponibili esposte in tutto il mondo

Aveva disegnato, dipinto, scolpito, suonato jazz e bossa nova - le passioni della sua vita - fino a cinque giorni fa. Poi, l’altro ieri, la morte ci ha strappato Bruno Chersicla, nella sua amata Trieste, dov’era nato nel ’37: un artista dalla cifra stilistica inconfondibile e personalissima e dalla natura tenace ed equilibrata, in cui lo spirito festosamente bohemienne s’intrecciava a una sottile e acuta sensibilità per le espressioni surreali e d’avanguardia della nostra cultura e dell’anima del ‘900.

Infaticabile e appassionato, solo alcuni giorni fa aveva portato a termine l’ultima scultura, commissionatagli dalla multinazionale brianzola Agrati Group. Era per l’amministratore delegato, tutta costellata di viti e bulloni, fiori all’occhiello della produzione. «Martedì scorso - ricorda il figlio Andrea - avevamo suonato insieme, lui la chitarra, e non il contrabbasso, com’era solito; io, il pianoforte».

Accadeva nella sua fascinosa e scenografica casa-studio di via S. Marco, che fino al 1980 aveva ospitato l’”Osteria da Rosa” dei suoi genitori: a Bruno piaceva raccogliere intorno al pianoforte, tra le pareti costellate delle sue opere e di quelle di artisti come Sambo, Russian e Bastianutto, gli amici triestini, che si accomodavano accanto alla presenza surreale e quasi inquietante delle sculture lignee della Venere di Milo e di Joyce, che in fondo era uno di loro…

Amici triestini, tra cui molti artisti e compagni dell’Istituto d’arte ”Nordio”, amati e mai dimenticati, da quel lontano ‘66 in cui era partito per Milano, dov’era riuscito a farsi strada, grazie al grande talento e alla volontà. «Furono anni durissimi - raccontava - ho vissuto per molto tempo in una stanza di 2 metri per 3, che era per me abitazione e studio, in cui cucinavo su un fornelletto da campo la pasta con il gulasch che mia madre Rosa mi preparava a Trieste, lavorando fino a notte fonda ai miei progetti artistici, mentre di giorno ero occupato in un’azienda di grafica». Era l’Ensa, di cui in breve diventa art director e che lascia nel 1982. Poi acquista una vecchia filanda semidistrutta a Zoccorino in Brianza, che trasforma in un’affascinante casa-laboratorio, articolata su più piani, con tanti libri, opere d’arte e la soffitta, che lui chiama “la bohème”, dove completa le sue sculture.

Nella Milano del miracolo economico, i germi creativi e i suggerimenti raccolti negli anni mitici del “Nordio” danno i loro frutti: «La mia classe - amava ricordare - apparteneva al primo anno accademico e ricevetti molto da insegnanti quali Predonzani e Bastianutto». La competenza tecnica sostiene l’intuizione e Bruno “forgia” la sua maniera, giungendo via via a comporre quei Ritratti e Paesaggi della Mente, in cui le radici mitteleuropee s’intrecciano al rigore intellettuale, matematico (che non a caso sottende la musica) e del design, e al suo fantasticare al di là degli schemi. Riesce a esprimere l’essenza del soggetto attraverso un’efficacissima linea di contorno, che incide carta o legno, affascinando il pubblico in tutte mostre più importanti, da Atlanta a Chicago, Lubiana, Miami, New York, Parigi, Toronto. Grazie anche all’ineffabile maestria nel trasformare il racconto in un sogno composto d’intuizione estetica

e psicanalitica, enigma, poesia e gioco: memore delle istanze costruttiviste e del Bauhaus e sensibile a quell’avanguardia, che aveva sperimentato nella Trieste anni ’60, fondando il gruppo Raccordosei con Reina, Caraian, Cogno, Palcich e Perizi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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