Menu

«Criminalità a Trieste, incide la crisi. Anche giovani allo sbando»

Il procuratore capo Michele Dalla Costa: «Alla base delle ultime azioni delle baby-gang situazioni di disgregazione familiare. Poche le risorse»

Tutto in poche settimane.

Dalla tragica rapina di strada per Longera dove è stata uccisa Bruna Cermelli, all’episodio di via dell’Istria dove una donna ultranovantenne si è trovata i ladri in casa ed è morta di paura. Poi il colpo messo a segno dai minorenni in una tabaccheria in viale D’Annunzio in cui è stata picchiata a sangue la titolare da due ragazzi stranieri assoldati da una coppia di maggiorenni. E più di un mese fa la baby-gang che imperversava in piazza Oberdan.

Insomma quella di questi ultimi tempi non sembra più la Trieste tranquilla di una volta. Il procuratore capo Michele Dalla Costa aspetta qualche istante prima di rispondere.

Cosa sta succedendo a Trieste?

Dobbiamo stare attenti che non siano state semplici coincidenze temporali. Intendo dire che non sappiamo se quanto accaduto sia il frutto di un cambiamento di rotta del comportamento delle persone a Trieste o se invece si sia verificata una coincidenza sfortunata di eventi.

Quanto accaduto, secondo lei è anche una conseguenza della crisi?

Sicuramente la situazione socio-economica non è una condizione tranquillizzante sotto tutti i punti di vista. Nel senso che può essere motivo e occasione di comportamenti devianti e delinquenziali.

Quale è il ruolo dei minorenni, alludiamo alla rapina ai danni della tabaccaia.

La situazione è preoccupante. Come lo è la sensazione che soggetti minorenni si muovono praticamente senza controllo sul territorio in città. Intendo dire senza punti di riferimento familiari o di comunità che possano incanalare e curare situazioni di disagio. Tutto questo è mescolato con gli effetti di una situazione di crisi economica. Ma anche di crisi della famiglia. Tutto questo attira soggetti deboli perché sono nella fase dello sviluppo della personalità. E i comportamenti sfociano in veri e propri reati.

Così si rapina?

Il minore è un soggetto per definizione debole. Quindi è suggestionabile e convincibile. Soprattutto se ha il miraggio di raggiungere cose che altrimenti la sua condizione non gli permetterebbe. Penso ai comportamenti come il bullismo che in realtà sono veri e propri atti delinquenziali.

Questa è la diagnosi non proprio rassicurante, quale è allora la terapia?

Posso dire che si è perso un ruolo educativo della famiglia per quanto riguarda i minori. La famiglia delega ad altri ed i delegati non sono in condizioni di svolgere un’attività educativa che deve avere dei risvolti anche di carattere repressivo.

Ma gli altri episodi di microcriminalità come li spiega?

Se consideriamo gli episodi di strada per Longera e di via dell’Istria, si tratta di persone anziane e vulnerabili in quanto tali. Trieste è una città ricca per certi versi. Nel senso che un buon numero di persone anziane hanno disponibilità economiche che possono fare gola a molti. Ma è una città vulnerabile perché è composta da una popolazione avanti con gli anni. E di questa condizione di non possibile autodifesa della quale qualcuno può approfittarsi.

Cosa si può fare?

Per i minorenni bisogna creare ambienti familiari sani. Ma non è facile soprattutto in considerazione della condizione socio-economica che abbiamo. Poi abbiamo un abbassamento dei valori. Abbiamo la mancanza di punti di riferimento.

Quanto incide in questa situazione sociale la microcriminalità transfrontaliera?

Il problema a Trieste dell’allargamento della platea dei soggetti può essere un elemento ulteriore di pericolo soprattutto per gli anziani.

Occorre più severità?

Non è con la sola repressione di tipo giudiziario che si possono sconfiggere questi fenomeni. Ci vuole uno sviluppo di valori diversi. Le persone oggi sono sempre più isolate. All’interno della casa, nei rapporti con gli altri. Anche i social network vanno in questa direzione.

Quale è la sua ricetta?

Non ho ricette. Non spetta a me. Sono solo un organo repressivo. Valuto quello che viene sottoposto alla mia attenzione se è meritevole che venga giudicato.

Insomma più pattuglie o più sociologi?

Tutti e due. Bisognerebbe fare un lavoro sulla famiglia e sui contesti di aggregazione sociale. Ma sui controlli di polizia bisognerebbe uscire dal concetto di pianificazione del territorio. Bisognerebbe avere un controllo random. Cioè attivare un coordinamento delle forze di polizia che preveda l’utilizzo di pattuglie jolly che prescindano da quelle normali. Noi dobbiamo togliere quello che è prevedibile e lavorare con la fantasia.

Ma in questi tempi di crisi, non è una soluzione facile?

È che non ci sono risorse, che non ci sono nè mezzi, nè uomini. Tuttavia mi sembra che le forze di polizia con tutti i limiti che hanno a Trieste si muovano con sufficiente sicurezza rispetto ad altre realtà.

Questa è

ancora un’isola felice?

In un certo senso, ancora. Ma lo specchio della situazione di violenza latente si ha, per esempio, nei rapporti coniugali. Il maggior numero di denunce sono in ambito familiare. Sono segnali, anche questi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro