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Gli imprenditori di Portocittà: pronti a lasciare Porto Vecchio

Lettera a Monassi: "Soluzioni condivise, riduzione del canone oppure rinuncia con indennizzo". Si delinea lo spettro del definitivo abbandono del riuso

Da un miliardo di euro (di investimenti annunciati) al becco d’un quattrino. Dalle sensazioni non dette alle ipotesi scritte. Il melodramma Porto Vecchio è alla scena madre. Per la prima volta il concessionario fa passare sotto l’inchiostro di una stampante - e la fa arrivare sul tavolo di Marina Monassi in quanto presidente dell’Autorità portuale - la parola-scenario che a Trieste parecchi temono (e altri desiderano): «rinuncia». Rinuncia con tanto di rimborso reclamato sotto forma di penale. A meno che l’Authority non si sieda a «un tavolo» per ritrattare al ribasso il canone della concessione o per trovare rimedi che piacciano a tutti.

Non è tutta colpa, stavolta, del Punto franco. Che comunque, per Portocittà, resta un legaccio. Altre zavorre pesano - per loro stessa presa di posizione via lettera - sulle ambizioni di Maltauro, Rizzani de Eccher, Sinloc (partecipata di Cassa depositi e prestiti) e Banca Biis (Intesa Sanpaolo), i colossi che assieme fanno proprio Portocittà. Si va dal persistente vaglio delle Belle Arti su alcuni magazzini da buttar giù alla mancata sottoscrizione di un accordo a latere per consentire al concessionario di subafittare, passando per la non completa liberazione di certi pezzi di concessione.

E la crisi foriera di strette creditizie e immobiliari? C’è ma non si vede, nel senso che viene evocata sì, nella lettera, come una concausa, ma non citata. «Allo stato, sussistono significative criticità che rendono oltremodo gravoso lo sviluppo dell’iniziativa o, addirittura, non consentono di dare corso ai programmi predisposti dalla scrivente e condivisi da codesta Autorità» e «ciò senza lasciare in disparte la circostanza che taluni elementi non consentono la bancabilità del progetto», si legge nella lettera datata 25 gennaio, firmata dal presidente di Portocittà Spa, Antonio Rigon, e inviata alla Monassi, che ieri ha messo al corrente il Comitato portuale.

«In particolare - scrive Rigon - si è verificata la presenza di servitù e sottoservizi non evidenziati in sede di gara e successiva sottoscrizione della Convenzione nonché indeterminatezze legate a taluni aspetti autorizzativi», come in prossimità del «Torrente Martesin», «che inevitabilmente incideranno sullo sviluppo dell’iniziativa anche sul piano economico... per garantire l’utilizzo dell’area secondo il progetto approvato, in coerenza con la variante al Piano regolatore portuale». Il termine «indeterminatezza» rispunta là dove si parla della «possibilità per codesta Autorità di demolire, come contrattualmente previsto, i fabbricati esistenti di cui l’allegato DD alla Convenzione in quanto gli stessi sono attualmente oggetto di verifica di interesse culturale da parte del Ministero dei Beni culturali. A tale aspetto, che evidentemente condiziona la possibilità di svolgere un’adeguata attività progettuale, si aggiunge quello del mancato rispetto del programma di consegna delle aree, dipendente dal ritardo, rispetto ai tempi definiti, di liberazione delle aree da parte dei precedenti utilizzatori». E qui si arriva al cuore della lettera di Portocittà: «Tutte le riferite criticità potrebbero trovare una loro risoluzione facendo ricorso alle disposizioni della Convenzione, che espressamente prevedono un riequilibrio delle reciproche posizioni attraverso la riduzione del canone concessorio, ovvero, in ultima istanza, la rinuncia della scrivente alla concessione previo riconoscimento di un indennizzo a favore di questa Società ovvero, in alternativa, alla individuazione di soluzioni condivise».

Solo a questo punto Rigon tira in ballo il Punto franco. «È evidente - scrive il presidente dell’Ati - che il particolare regime giuridico dell’area, in assenza di idonea regolamentazione, costituisce un elemento ostativo allo sviluppo del progetto complessivamente considerato, cosiccome ideato già in sede di offerta e condiviso da codesta Autorità portuale».

La chiosa di Portocittà si fa meno perentoria: «Appare necessario un confronto sulle diverse questioni allo scopo di verificare se sussistono soluzioni condivise per porvi rimedio» per «rendere possibile, anche attraverso accorgimenti di natura negoziale, il perseguimento e la realizzazione dello scopo cui è preordinata la concessione».

@PierRaub

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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