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Ermanno Olmi: “Torneremo per necessità a fare i contadini”

Il regista de “L’albero degli zoccoli” pubblica con Rizzoli “L’apocalisse è un lieto fine”, libro auotobiografico con ricordi, incontri, esperienze. E uno sguardo sul futuro

di Roberto Carnero

«Con la fine della civiltà contadina, è finita l’unica civilità compiuta che alla Storia sia stato dato di conoscere, quella rurale. Quelle che sono venute dopo le chiamerei “civiltà di transito”: la rivoluzione industriale, quella elettronica, quella informatica sono durate ciascuna molto poco perché subito soppiantate da una successiva. Il cambiamento è stato troppo rapido per produrre una cultura autentica».

. Ermanno Olmi ha le idee chiare, ma non accetta l’etichetta di “nostalgico” o di “passatista”. La sua è infatti una scommessa sul futuro.

Non a caso il suo libro che esce ora da Rizzoli si intitola “L’apocalisse è un lieto fine. Storie della mia vita e del nostro futuro” (pagg. 264, euro 18).

L’autore non vi racconta la propria vita in ordine cronologico, ma presenta al lettore una serie di ricordi, di incontri, di esperienze, intervallandoli con capitoli ambientati al presente o in anni molto recenti.

«Ciò che siamo stati - spiega il grande regista oggi ottantaduenne - influenza in maniera determinante il nostro essere attuale. Il passato per me continua a diventare presente, quando certi ricordi si presentano come tenaci compagni delle mie giornate. Per scrivere questo libro ho attinto dagli appunti di una vita. Fogli e foglietti su cui ho annotato gli episodi più significativi man mano che li vivevo. Materiali lasciati in qualche cassetto, che ora ho deciso di recuperare, facendo ordine e provando a metterli in fila».

Così Ermanno Olmi ci accompagna per mano nella stanza dei ricordi. Scorrono, nelle pagine, le origini familiari popolari (madre contadina e padre ferroviere), l’infanzia tra Milano e Treviglio (Bergamo), i primi battiti del cuore per una ragazza di nome Miki, il secondo conflitto mondiale, il “De bello gallico” letto in un rifugio sotto i bombardamenti, il dopoguerra, la icostruzione, il lavoro come semplice impiegato alla Edison e poi, finalmente, le prime esperienze nella regia, le trasformazioni del Paese da contadino a industriale, la carriera nel cinema. Il racconto privato si staglia sullo sfondo dei grandi eventi collettivi e il libro assume un carattere di testimonianza storica, oltre che personale, di notevole interesse.

Olmi, oltre al racconto della sua vita nel libro c’è il racconto di come è cambiata l’Italia nell’ultimo mezzo secolo. Come vede il futuro che ci aspetta?

«Credo che abbiamo davanti un’ulteriore mutazione. A quella società contadina dalla quale siamo partiti ritorneremo, non per nostalgia ma per necessità. Oggi il problema è la sopravvivenza dell’uomo. Il cibo è il tema chiave. Quello del cibo sarà l’argomento centrale dell’Expo 2015. Anche in quella sede, probabilmente, si scontreranno due visioni diverse dell’alimentazione, quella legata all’industria alimentare che punta tutto sulla quantità e quella centrata sulla qualità di ciò di cui ci nutriamo. La qualità del cibo è indispensabile alle buone condizioni di salute delle persone. Oggi nel mondo industrializzato la gente sta male per il troppo cibo e per il cattivo cibo, un cibo che non nutre ma avvelena».

Nel suo libro lei ricorda gli amici di una vita. Quali ricorda in particolare?

«Luciano Bianciardi, che ha raccontato il boom economico con tonalità tragico-grottesche; Goffredo Parise, nel suo emblematico passaggio dalla provincia (Vicenza) alla metropoli (Milano); Pier Paolo Pasolini, che conobbi a Roma, in quella Piazza del Popolo degli anni Cinquanta affollata di scrittori e aspiranti cineasti. Fu proprio Pasolini a farmi conoscere un altro scrittore, Giovanni Testori, che raccontava nei suoi primi libri gli stessi luoghi di quella Milano periferica che era stata l’ambiente della mia infanzia e della mia giovinezza».

Si dice spesso che il passato, nel ricordo, ci appare bello, perché tendiamo a dimenticare le cose negative. È così?

«I ricordi di situazioni ed eventi che un tempo ci hanno procurato dolore, ora che il dolore è passato e non è più nella carne, perdono la loro carica negativa. Nella lontananza la sofferenza non ha più la possibilità di incidere. Anzi, anche il dolore ci appare come un momento positivo, e forse in realtà è proprio così. Penso a certe situazioni dolorose come la guerra o la malattia, che spesso sono momenti altamente formativi, in cui siamo chiamati a misurarci con noi stessi e in definitiva a crescere. Certamente veniamo trasformati più dal dolore che dalla gioia. Quest’ultima è una situazione sì esaltante, ma statica. Il dolore, invece, ci trasforma, ci fa comprendere cose che altrimenti non avremmo capito, ed è per questo che a distanza di anni, depurato della sua reale capacità di farci male, tende a diventare un ricordo caro».

Come ricorda la guerra?

«In un primo momento mi parve qualcosa di bello, di entusiasmante: era un gioco tra i grandi, a cui però, di riflesso, partecipavamo anche noi bambini. La guerra inizialmente ci arrivava tramite le notizie diffuse dalla stampa, le canzoni patriottiche e gli slogan del regime. Le cose cambiarono di netto quando ci sono calate le prime bombe sulla testa. Allora ci siamo svegliati da questo stupido sogno di eroismo, di cui peraltro non posso farmi uno colpa: da bambini nell’Italietta mussoliniana, non avevamo le difese per poter non essere stupidi. La guerra è stata un momento significativo della crescita, una schiarita di idee a partire dalla quale ci è stato possibile leggere gli eventi successivi. Se oggi parlo di fame ai miei figli, loro comprendono il significato lessicale della parola, ma non ne intuiscono neanche lontanamente la sostanza. Averla provata sul serio, la fame, ti fa capire come le informazioni che ci arrivano quotidianamente dai vari teatri di guerra oggi aperti nel mondo sia piuttosto edulcorata».

Parliamo di cinema. Lei ha testimoniato la civiltà contadina nel suo splendido film del 1978 “L’albero degli zoccoli”. Oggi potrebbe ancora realizzare un’opera come quella?

«Non lo so, ma in ogni caso lo girerei in italiano. Allora feci parlare gli attori in dialetto bergamasco. Oggi l’italiano stesso è diventato un dialetto, poiché a livello globale domina l’inglese».

Quanto conta il paesaggio per un film?

«Il luogo, il territorio, il paesaggio è, per come la vedo io, un vero e proprio personaggio. Quindi l’ambientazione è qualcosa di determinante. Il paesaggio è in grado di determinare la scelta di una storia. Le varie Film Commission regionali non dovrebbero tenere conto solo degli esiti commerciali di un film, cioè pensare al prodotto cinematografico come a un manifesto pubblicitario per il turismo nella loro regione. La politica locale dovrebbe invece apprezzare la carica conoscitiva

di un’opera cinematografica, anche quando magari evidenzia degli elementi di criticità. Una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe apprezzare tutto ciò che la aiuta in una maggiore conoscenza delle realtà che si trova ad amministrare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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