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Libano: con l’Ariete sulla “Blue Line” tra chiese e campi minati

La Brigata corazzata fa parte di un contingente internazionale e ha 1100 uomini Mantiene l’ordine lungo la frontiera con Israele e fa anche opera di diplomazia

BEIRUT. L’Italia partecipa alla missione internazionale nella Terra dei Cedri con un contingente militare di 1.100 unità. L’operazione “Leonte” è, dal maggio 2012, composta dalla Brigata Corazzata Ariete, di stanza a Pordenone che per la terza volta fa parte della missione Unifil. Il generale di brigata, Gaetano Zauner, è al comando delle operazioni tra le basi di Shama ed Al Mansuri. Uno dei compiti primari di questa missione è il pattugliamento della “Blue Line”, il confine provvisorio nella zona sud-ovest tra Libano e Israele, per verificare che non avvengano movimenti non autorizzati e qualsiasi forma di provocazione con traffici illeciti di armi e altro materiale di contrabbando tra le gole del “Wadi”. I mezzi Lince dell’Ariete coadiuvati dalla Laf, l’esercito Libanese, pattugliano giorno e notte il confine dove, dalla parte libanese, ci sono chilometri di campi minati, lasciati dall’ultimo conflitto. Percorrendo la Blu Line si arriva all’avamposto italiano I-31. Al di là delle reti del confine Israeliano, piene di sensori e telecamere, si affaccia la vallata di Haifa, ricca di costruzioni modernissime, frutteti e ville da dove fa capolino la città di Nazareth e San Giovanni d’Acri.

L’altro compito svolto dall’Ariete è il “demining” è lo sminamento dei corridoi verso il confine israeliano, affinchè si possa sistemare i famosi “Blue Pills” che tracceranno il nuovo confine tra Libano e Israele. Questi corridoi sono larghi circa due metri e vengono scavati centimetro dopo centimetro con le mani, cercando le mine antiuomo e anticarro, dagli specialisti del contingente italiano. Un compito difficile e pericoloso che i militari dell’Ariete svolgono quotidianamente sotto un sole che brucia.

A Est verso il mare svetta la base di Shama, sede del battaglione, situata su una fresca collina a sud di Tyro. È la sede operativa del comando del generale Zauner, un “marcantonio” abile interlocutore e con un curriculum di rispetto. Uno dei compiti che svolge con più attenzione è quello di mantenere l’equilibrio socio-politico tra le varie comunità libanesi. Nella base, tra la mensa e le moderne camerate, qualche accento friulano salta all’orecchio, come quello del maresciallo Luigi Sebastianis di Maniago alla sua terza missione in Libano. Entusiasta di questa terra, fa notare come dalla sua “prima” siano cambiate molte cose, come le migliorie paesaggistiche, anche se manca ancora la corrente elettrica in tutto il sud libanese. Il caporal maggiore Davide Zanutto, sempre di Maniago, ha passato in Libano quasi un anno e mezzo tra una missione e l’altra e ogni volta che torna dice di essere nella sua seconda casa, ora che quel mondo arabo non gli appare più sconosciuto come fino a qualche anno fa. Il capitano Di Lorenzo entra nell’ufficio logistico mezzi e trasporti, dove si preparano i percorsi e si organizzano i vari tragitti, con gli equipaggi e tutto quel che riguarda l’uso dei veicoli. A capo di tutto ciò vi è un simpatico ragazzone napoletano, stabilitosi a Maniago da diversi anni, Giustino Parisi, che ha assorbito l’accento friulano. È quasi un ”figlio d’arte”, suo padre Salvatore, ora maresciallo in pensione, gli ha dato il “cambio” nella Leonte 3 del 2007.

Girando per il Sour, la parte meridionale del Libano compresa tra il fiume Litani, a sud della città romana di Tiro, e la frontiera infuocata di Israele, non è difficile scrutare un campanile e un minareto posti a brevissima distanza. È il villaggio di Naffhakie dove vivono 400 anime, per la stragrande maggioranza mussulmani sciiti All’ingresso della piazza viene incontro ai militari italiani Hater Ibrahim Hussein, shiita, eletto moktar del villaggio pochi mesi fa, a servizio della comunità di Naffhakie per quel che riguarda l’amministrazione pubblica e catastale. Il capitano Andrea Zambon, responsabile dei progetti Cimic del contingente italiano, rivela inaspettatamente che è stata proprio un’iniziativa del moktar la ristrutturazione della chiesa maronita, per dare un luogo di culto a tutti i suoi concittadini, senza penalizzare la strettissima minoranza cristiana, costituita all’incirca da cinque nuclei familiari.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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