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La lunga assenza della politica isontina cominciata ai tempi dell’imposizione del Cie

L’accusa lanciata dal presidente dell’Ordine degli avvocati Gaggioli è il tema politico più pregnante dell’ultimo periodo nella provincia isontina. Se non altro perché, accusandola, rimette al centro...

L’accusa lanciata dal presidente dell’Ordine degli avvocati Gaggioli è il tema politico più pregnante dell’ultimo periodo nella provincia isontina. Se non altro perché, accusandola, rimette al centro dell’attenzione la politica. Quello che oggi scuote l’Isontino è il risultato dell’assenza della politica, intesa come assemblearismo, confronto, contatto diretto con gli elettori. Il primo, grave segno di resa della politica isontina lo si è avuto con la supina accettazione del Centro immigrati di Gradisca. Un’imposizione perentoria da parte di uno Stato che in cambio non ha offerto nulla. Ma qualcuno ha mai chiesto una contropartita? La più grande balla che ci raccontiamo è che la storia è maestra di vita. Se così fosse si sarebbero acquisite certe lezioni che nell’Isontino sono state impartite, con esemplare onore e determinazione, dagli operai del cantiere di Monfalcone e da certi sindaci quali, ad esempio, quello di San Pier d’Isonzo, Adriano Cragnolin, letteralmente morto per difendere il suo territorio all’epoca della costruzione dell’acquedotto di Trieste. Per una spocchia endemica e un perbenismo pregno di ipocrisia in questa benedetta e addormentata provincia non si lotta più. Qualche scaramuccia sui giornali e poi si torna al vogliamoci bene. Il capoluogo Gorizia e la sua classe politica non hanno mosso un dito sulla scabrosa vicenda dell’Ospizio marino di Grado, che fino a prova contraria era un secolare patrimonio cittadino, oltre a coinvolgere una fetta di popolazione che dovrebbe interessare anche il più distratto dei politici. Non si lotta più e allora è giusto che si perdano le battaglie. Non si lotta più perché, in fondo, la pancia resta piena e alla baita si arriva lo stesso. Ma è deprimente vedere strattonato questo nostro delicato gioiello, ricco del rubino della storia, sfavillante del turchese di una natura benigna e cangiante delle tante sfumature di cui dovremmo essere fieri custodi. (ro.co.)

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