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Rispunta nella Grande Mela l’opera di Roy Lichtenstein rubata 42 anni fa a Leo Castelli

Il dipinto in bianco e nero “Prolunga Elettrica” era stato sottratto in circostanze non chiarite dalla galleria del grande collezionista triestino ed esposto a Bogotà

CORRISPONDENTE DA NEW YORK. Se Leo Castelli fosse ancora vivo rimarrebbe inorridito nello scoprire che un dipinto di Roy Lichtenstein scomparso dalla sua galleria d’arte quarantadue anni fa è riapparso dopo essere stato esposto sfacciatamente a Bogotà, in Colombia. Tuttavia il famoso gallerista triestino non rimarrebbe stupefatto nell’apprendere che il quadro che acquistò negli anni ’60 per 750 dollari ora vale 4 milioni di dollari. Tutto sommato fu lui per primo a lanciare Lichtenstein allestendo nella sua galleria di New York la prima mostra personale dell’artista pop americano.

Ora a tredici anni dalla morte di Leo Castelli il dipinto - intitolato “Electric Cord” - è riemerso casualmente attraverso una serie di telefonate con le quali si cercava di stabilire il suo valore. È stata chiamata in causa la Corte Suprema di New York che dovrà stabilire a chi appartiene il quadro. L’opera si trova attualmente in un magazzino climatizzato di Manhattan ma come ci sia finito e per quali mani sia passato nel giro di oltre quattro decenni è una vicenda ancora tutta da chiarire.

Facciamo un passo indietro al 1970 quando si persero le tracce del quadro. Anzi, facciamo parecchi passi indietro e ripercorriamo la storia della prestigiosa galleria di Leo Castelli, una storia che lega Trieste a un misterioso broglio internazionale del quale si sta cercando di venire a capo in questi giorni.

Non fosse stato per Mussolini il triestino Leo Krausz non si sarebbe mai cambiato il cognome. Figlio di papà ungherese e mamma triestina era nato nel 1907 fiero delle sue doppie origini, tanto da usare il trattino di congiunzione fra il cognome paterno e quello materno, Castelli, appunto. Mamma Bianca infatti apparteneva a quei facoltosi Castelli che importavano caffè a Trieste.

Quando a metà degli anni ’30 il governo di Mussolini impose l’italianizzazione dei cognomi il germanico Krausz-Castelli venne abbandonato e su tutti i documenti quel giovanotto triestino divenne Leo Castelli. Allora pensava che il suo futuro sarebbe stato nel mondo delle assicurazioni e sarebbero passati parecchi anni prima di diventare uno dei galleristi più famosi al mondo.

Fu un lavoro nel campo assicurativo a Bucarest che gli fece conoscere la sua futura moglie. Nel 1933 sposò Ileana Schapira e in viaggio di nozze andarono a Vienna. Fu qui dove Leo per la prima volta in vita sua comprò un dipinto. Era un acquerello di Henry Matisse. Fu il buon gusto di Ileana (e il denaro della famiglia Shapira) che diede modo a Leo di sviluppare la passione per l’arte. Suo suocero gli finanziò l’apertura di una galleria, a Parigi in Place Vendome. In quegli anni Leo era appassionato di surrealismo e mai avrebbe pensato che molti anni dopo sarebbe stato ricordato come uno dei principali sostenitori mondiali dell’arte contemporanea americana. Si deve a lui il successo internazionale non soltanto di Roy Lichtenstein, ma anche di Willem De Kooning, Robert Rauschenberg e Jackson Pollack.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale Leo, che era ebreo, e Ileana scapparono da Parigi grazie ai potenti contatti della famiglia Shapira. Marrakesh, Tangeri, Algesiras, Vigo, L’Avana e infine New York. Nonostante non fosse cittadino Usa Leo si volle arruolare come volontario nell’esercito e fu questo atto che gli diede cittadinanza americana.

A New York nel ‘47 Castelli incominciò a commerciare arte, un’attività che condusse con tale successo che dieci anni dopo aprì una galleria che portava il suo nome. La Leo Castelli Gallery era al numero 4 della 77sima Strada East. Più di cinquant’anni dopo l’indirizzo non è cambiato. Leo Castelli non c’è più ma la sua terza moglie, Barbara Bertozzi, continua a portare avanti l’attività che rese suo marito famoso in tutto il mondo. Ed è proprio lei che ora si è rivolta alla Corte Suprema di New York per la questione del dipinto “Prolunga Elettrica”.

A fine luglio suona il telefono alla Lichtenstein Foundation. È James Goodman, un gallerista di New York che è stato contattatto da terzi per autenticare un dipinto di Roy Lichtenstein. Il quadro è conservato nei magazzini climatizzati Hayes che ironicamente si trovano sulla 61sima Strada, a quindici isolati dalla Leo Castelli Gallery. La fondazione avverte subito Barbara Bertozzi che sembra essere nuovamente in circolazione il quadro scomparso nel 1970. Era stato il gallerista triestino in persona che in quell’anno aveva consegnato “Electric Cord” al restauratore Daniel Goldreyer perchè venisse ripulito. E invece l’opera d’arte fu misteriosamente trafugata e se ne persero le tracce. Ma il dipinto non fu mai dimenticato. Fu Barbara Castelli in particolare a non darsi pace. Quel Lichtenstein avrebbe dovuto essere parte della sua eredità. Si diede da fare dunque affinchè nel 2007 “Electric Cord” finisse nell’elenco ufficiale delle opere d’arte smarrite. Mai avrebbe pensato che cinque anni dopo il quadro avrebbe fatto nuovamente parlare di sè dopo essere stato esposto come se niente fosse in Colombia, in una galleria d’arte di Bogotà.

Il mistero è tutt’altro che risolto ma per il momento il giudice Peter Sherwood ha stabilito che “Electric Cord” non può andare da nessuna parte. Deve rimanere ai magazzini Hayes fino a quando non si capirà come sia finito là dalle mani di Leo Castelli.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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