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Portocittà: «Non siamo noi a frenare»

I concessionari replicano all’Authority: «Ritardi dovuti alle mancate autorizzazioni ambientali e a un Prg che non c’è»

Portocittà si lega nella propria sigla e risponde, in otto punti, a tutti coloro che, sui destini di Porto vecchio, incrociano pressioni, accuse, lamentele, timori, delusioni, prospettive nuove o vecchie, inviti ad agire, minacce di recesso, richiami alle regole, appelli al futuro, e anche paura del nulla. Ma soprattutto all’Autorità portuale che nei giorni scorsi ha addossato ai concessionari la piena responsabilità di una certa inazione: «Non sanno ancora che cosa fare - aveva detto Marina Monassi -, ma li ho messi alle strette, sbrigatevi».

I concessionari che si sono impegnati a riqualificare 44 ettari di antico scalo (i costruttori Maltauro e de Eccher, Banca Intesa e Cassa di risparmio del Fvg, Sinloc che è partecipata da Fondazioni bancarie e Cassa depositi e prestiti) dicono una parola definitiva sul Punto franco. Sugli ostacoli che incontrano. Svelano, in parte, dove hanno cercato investitori. Perché non li hanno trovati. Qual è la debolezza economica (ma non solo quella) che crea tensioni.

Portocittà assicura: «Abbiamo adempiuto, stiamo adempiendo e adempieremo a tutte le obbligazioni contrattuali, l’inizio del primo lotto di intervento è contrattualmente previsto a tre anni dalla firma della concessione, e cioé nell’ultimo bimestre del 2013». Quasi un anno e mezzo, dunque, prima di trovar di fronte l’obbligo di aprire i cantieri.

Ma questi adempimenti sono condizionati. La società dichiara di avere in corso «tutte le attività necessarie allo sviluppo del progetto: autorizzative, progettuali e commerciali, gli azionisti hanno già investito diversi milioni di euro per attivare le autorizzazioni, sviluppare la fase progettuale e svolgere tutte le attività di strutturazione del progetto».

Ma ecco il primo scoglio. Non si può aprire alcun cantiere nemmeno per il primo lotto (cioé per la costruzione del primo porticciolo nautico) se , dice Portocittà, non viene concessa l’autorizzazione ambientale: «L’iter ambientale è condizione sospensiva affinché si possa cantierare il primo lotto di intervento».

E qui entra in gioco il Piano regolatore del porto, di cui fa parte anche la variante di Porto vecchio. Il Prg, approvato nel 2010, adesso è fermo al ministero dell’Ambiente che deve rilasciare la Valutazione d’impatto ambientale (Via) e la Valutazione ambientale strategica (Vas) assieme. Perché è fermo? Secondo il ministro Corrado Clini perché non è chiaro come valutare l’eventuale inserimento del rigassificatore a Zaule, in ambito portuale, questione sottomessa non solo al governo, ai pareri della Regione, alla contrarietà degli enti locali, ma soprattutto alle contestazioni non più trascurabili della Slovenia. «Tale iter ambientale - dice Portocittà - sta subendo dei ritardi non imputabili alla società».

Ma non da ultimo i concessionari dicono una parola forte sul Punto franco, regime che grava nell’area e che è stato oggetto di una risoluzione parlamentare “liberatoria” tanto per rimarcare quanto anche da Porto vecchio sia facilissimo spostare il vincolo doganale. «Per quanto riguarda il Punto franco - dettano con tono molto ultimativo i soci - si ribadisce che l’unica condizione irrinunciabile, senza la quale il progetto non è performabile, è la libera circolazione delle persone e la possibilità di esercitare qualsiasi attività di impresa coerentemente con le prescrizioni urbanistiche».

Il dettato è un evidente impulso ad agire affinché l’area diventi ciò che era scritto nella concessione (e nel Piano regolatore): aperta, luogo per diporto nautico, per attività di alta formazione e direzionale, per alberghi e attività collegate. «Portocittà auspica - è l’indicazione finale - che tutti gli interlocutori lavorino responsabilmente nell’interesse del progetto, consci dell’importanza strategica che la riqualificazione di Porto vecchio ha per lo sviluppo di Trieste e dell’intera regione Friuli Venezia Giulia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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