Quotidiani locali

Il sogno di dare a Trieste un giornale tutto nuovo per far parlare la Storia

Il vento dell’irredentismo e un grande progetto che avrebbe cambiato il modo di spiegare un intricato inizio Novecento

Il molo San Carlo luccica, emozionato e teso come un adolescente prima della recita scolastica. Dalla sua posizione solitaria, sotto le mura di San Giusto, Biniamin David vede un formicaio di cappelli e cappotti scendere verso la piazza grande. È arrivato qualche giorno fa da Roma, apposta per unirsi a quell’allegria liberatoria, e ora dovrebbe scendere per primo fino al palco d’onore dove forse lo aspettano. Esita, si toglie il cappello, il vento nella testa gli farà bene.

Guarda ancora il molo che riluce dopo la pioggia del mattino e la vede per primo, sulla linea lontana di mare e cielo, la sagoma che avanza: il cacciatorpediniere della nazione, partito la mattina da Venezia. Gli torna in mente un pomeriggio da ragazzo in cima a una strada in salita sopra il parco del circolo ufficiali, aveva fatto a se stesso un giuramento che ora è sul punto di compiersi. Abbassa la testa, schivo davanti ai suoi stessi ricordi. Si rimette il cappello e scende a grandi passi verso piazza della Legna.

Eccola lì, la sede gloriosa del suo giornale, con le lettere azzurre che ancora si intravedono sotto il nero del fuoco che ha scurito i muri.

Sono passati più di trent’anni dal giorno in cui si era messo in testa di dare un giornale italiano agli italiani della città, qualcosa che costasse poco, non come l’Indipendente che faceva girare l’aria irredentista solo nelle case di quelli che su quel giornale ci scrivevano. Aveva iniziato senza ancora l’autorizzazione per la vendita, con un costo di due soldi che mai l’avrebbe aiutato a fare cassa, con un editoriale fulminante “Saremo indipendenti, imparziali, onesti. Ecco tutto”. E se ora dovesse guardarsi allo specchio e parlare a se stesso con sincerità, un esercizio che in fondo trova poco interessante, ammetterebbe che in quei primi giorni non sperava certo di arrivare nelle case di mezza città.

«Mi scusi...?»

Biniamin David sente pronunciare due volte un nome che non è il suo, è quello che si è scelto per lasciarsi il passato alle spalle. Quando si volta, al suo fianco trova un ragazzetto avvolto nella bandiera tricolore, le guance infiammate di chi sta procedendo a passi svelti verso un appuntamento.

«Posso stringerle la mano? Mio zio mi ha raccontato tutto di lei. Lo leggevamo sempre il suo giornale, per noi era... era...» gli mancano le parole.

«Lei quanti anni ha?»

«Quindici, signore. Volevo ringraziarla... Se non fosse stato per lei e per quelli dell’Indipendente...»

«Cosa c’entrano quelli dell’Indipendente?»

«Be’, eravate voi, no? Il suo giornale e il loro. Lo zio mi ha raccontato che lei prima stava con loro.»

«Non esattamente» risponde duro.

Il ragazzo non sa come rispondere, ma è troppo educato per scappare via tagliando corto. E poi quell’uomo in casa sua è un eroe da leggenda.

«Però eravate tutti dalla stessa parte» prova.

«Non dia mai per scontato questo genere di cose.»

«Ma se non fosse stato per i vostri giornali...»

«Ma lei lo sa quante copie stampava l’Indipendente? No, non lo sa, perché lei l’Indipendente non l’hai mai letto.»

Il ragazzo abbassa gli occhi, uno studente con la vergogna dell’interrogazione davanti alla lavagna.

«Non l’ha mai letto e ha fatto bene. Lo sa perché? Perché non è a lei, ragazzo mio, che quel giornale si rivolgeva. Quel giornale costava sei soldi. Mentre a Milano e Roma i nostri giornali si vendevano a dieci, quindici centesimi.»

«Ma quella era già Italia.»

«Ha ragione. E mentre gli animi molto elevati e molto colti, là all’Indipendente, si preoccupavano di avere un quotidiano all’altezza della loro cultura e elevatezza, intanto lasciavano la gente senza un giornale e tutti per anni hanno dovuto comperarsi l’Adria. Quattro pagine messe insieme con le agenzie governative, pettegolezzi e palinsesti. Una gazzettaccia mal fatta, scolorita, noiosa, ma non c’era altro, capisce?»

«Come le è venuto in mente di fondare il suo giornale?»

Biniamin David per un istante è sorpreso da quella domanda. Migliaia di volte ha dovuto dar conto delle sue azioni ad amici, parenti, alla polizia e ai rappresentanti del partito. Eppure nessuno l’ha mai messo davanti a una domanda del genere, e in fondo a chi importava?

«Per anni mi avevano insegnato che l’Adria era il giornale della città, di noi che non potevamo permetterci sei soldi per un quotidiano, ma non era vero. L’Adria era solo un’usurpatrice. Era un castigo che Trieste non si meritava»

«Ha fatto tutto da solo?»

Biniamin David annuisce; ma vedendo quel che resta della sede del suo giornale, è la malinconia a calare sui suoi occhi, non l’orgoglio. E se il ragazzo lo conoscesse meglio, capirebbe che è privilegio raro aver colto quel bagliore di dolcezza nel volto del grande conquistatore. Biniamin David subito ritorna in sé.

«A quelli dell’Indipendente, così come al partito, non interessava per nulla essere letti. Non da quelli come noi comunque, non gli è mai importato niente di quello che accadeva al di fuori del loro circolo e delle loro riunioni. Non gli importava certo di uno come me.»

Non vuole raccontare della vergogna e delle umiliazioni, là ai circoli degli irredentisti, dove le sue parole venivano ignorate o schernite, nel migliore dei casi ascoltate con distrazione indulgente. La sua povertà, la sua lotta per la vita, il suo genio non entravano nell’ordine dei fatti su cui cade la luce.

«Mi sta dicendo che quelli dell’Indipendente non erano dei veri patrioti?»

Biniamin David alza gli occhi a quel che rimane delle lettere azzurrine che un tempo era la sua redazione, il suo giornale, la sua vita. Sorride.

«Non dia troppa importanza alle mie chiacchiere, vedrà che tra qualche anno nulla di tutto questo sarà più importante.»

Il ragazzo non sembra toccato dalle sue parole, si stringe addosso il tricolore e scalpita per unirsi ai compagni che già hanno avranno raggiunto le Rive. Un pensiero però lo trattiene.

«Deve rifondarlo subito! Ora abbiamo bisogno del nostro giornale, ora siamo italiani!» lo slancio del ragazzo quasi gli è addosso e Biniamin David cede, allunga una mano ad accarezzargli i capelli e vorrebbe stringerlo a sé in questo giorno di festa. Pensa a Roma, dove è stato in questi mesi, dove tutti credono che la nazione sia già compiuta e questa città lontana dell’est in fondo non è altro che una stranezza difficile da capire.

Pensa alla piazza grande già colma di gente, al sorriso sgargiante di questo ragazzo che per tutta la vita festeggerà l’Unità d’Italia in un giorno sbagliato, in dissonanza con il resto della nazione. Pensa alle lettere azzurre sopra la sede del suo giornale, non sono state cancellate del tutto e ancora attendono il suo ritorno.

E in quel momento, da lontano, si sente la sirena del cacciatorpediniere Audace fischiare il suo arrivo al molo San Carlo. Biniamin David guarda l’orologio, sono le 16.10 del 3 novembre 1918.

«Andiamo ragazzo, uniamoci ai festeggiamenti.»



©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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