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Stop ai parti a Gorizia e Monfalcone: future mamme al Burlo o a Udine

La giunta regionale delibera la cancellazione di quattro Punti nascita su undici. E l’Isontino si ritrova “azzerato”

TRIESTE. La favola “Al lupo, al lupo” di Esopo lo insegna: se un allarme viene lanciato tante volte, senza mai concretizzarsi, alla fine non spaventa più nessuno. Quando però il pericolo arriva ed è reale, finisce per cogliere tutti impreparati. Rischia di finire così anche la “telenovela” della riduzione dei Punti nascita dislocati in regione, da anni pianificata, annunciata e poi immancabilmente accantonata sulla scia delle proteste. Ora, però, la musica sta cambiare. Un cambiamento doloroso specie per la provincia di Gorizia, che si ritroverà sguarnita. A leggere la delibera 1083 passata in giunta in gran silenzio qualche giorno fa, infatti, la Regione sembra decisa a fare sul serio e mandare in porto una volta per tutte la razionalizzazione delle strutture di Ostetricia, Pediatria/Neonatologia e Terapia intensiva neonatale .

Tagli

Una manovra tutt’altro che indolore. L’asse portante è la soppressione di quattro degli 11 Punti nascita (10 pubblici e uno, il Policlinico San Giorgio di Pordenone, privato convenzionato) attualmente operativi: Gorizia, Monfalcone, Latisana e Tolmezzo. Quattro realtà destinata a sparire perchè giudicate troppo poco “performanti”, vale a dire non in linea con i nuovi criteri per il “miglioramento della qualità e della sicurezza degli interventi assistenziali” fissati dall’Accordo Stato-Regioni del 2010. In base a quell’intesa, che introduce paletti più rigide rispetto ai piani nazionali, possono continuare ad esistere autonomamente solo le strutture che eseguono almeno 500 parti l’anno. Un traguardo ben lontano per il Punto nascita di Gorizia, fanalino di coda di tutto il Friuli Venezia Giulia con appena 347 nascite nel 2011, e per quello di Latisana (450 bebè). Un risultato invece mancato solo per un soffio da Monfalcone e Tolmezzo, fermi rispettivamente a quota 494 e 496 parti. Ma tant’è, la delibera non fa sconti a nessuno e, richiamando le evidenze scientifiche secondo cui più alto è il numero di parti, maggiori sono le competenze degli operatori e il livello delle prestazioni erogate, sottolinea la necessità di prevedere la cessazione dei centri meno “produttivi”.

Accorpamenti

Le novità non finiscono qui. Oltre alla chiusura dei Punti nascita sotto soglia 500 parti, infatti, la delibera fa chiaramente riferimento anche alla necessità di procedere alla “razionalizzazione/riduzione” delle strutture con meno di 1000 parti annui. Un’indicazione che andrà a colpire altre tre realtà regionali: Palmanova (846 bebè venuti alla luce nel 2011), Policlinico San Giorgio (808) e San Vito al Tagliamento (775). Salvi invece l’Azienda ospedaliera di Pordenone e il Punto nascita di San Daniele. E salvi pure il Burlo di Trieste e l’Azienda ospedaliero-universitaria di Udine che vedono riconosciuto e confermato il ruolo di centri di secondo livello chiamati, in virtù dell’indiscusso livello tecnologico, a seguire anche le gravidanze ad alto rischio.

Tempi

A questo punto resta solo da capire quando la riorganizzazione della rete di assistenza alla maternità entrerà materialmente nel vivo, visto che di tempi la delibera e i due allegati non parlano. In compenso indicano le tappe di avvicinamento, affidando ad un tavolo tecnico denominato “Comitato regionale per il Percorso nascita” compiti di coordinamento, monitoraggio e verifica delle attività di sostegno alla maternità. Un gruppo di lavoro del quale faranno parte, tra gli altri, i direttori centrale della Salute e dell’Area servizi sanitari territoriali e ospedalieri, e i rappresentanti di pediatri, medici di base, ostetriche e infermieri.

Parti cesarei

Oltre che di tagli e accorpamenti, gli esperti dovranno farsi carico anche di esaminare e risolvere alcune specifiche criticità del percorso nascita, una tra tutte la gestione dei parti cesarei. Nella nostra regione il ricorso a questo metodo è tra i più bassi d’Italia ma presenta notevoli differenze da territorio a territorio: l’incidenza sul numero complessivo dei parti va dal 13,9% al 33,8%. Una disomogeneità di comportamenti, viene evidenziato, «non sempre riconducibile al grado di rischio delle mamme e dei feti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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