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Callisto Cosulich, novant’anni di cinema futuro

Il critico triestino più che mai attivo: «Oggi i film si guardano sullo smartphone»

di Paolo Lughi

Suggerisce come se niente fosse illuminanti verità su 3D e smartphone, su Tarantino e i multiplex Callisto Cosulich, 90 anni il 7 luglio, non solo “aggiornato”, ma sempre “avanti” e ancora attivissimo sulle pagine del “Piccolo” e di “Film Tv”. Nonostante confessi come un vezzo di usare ancora l’Olivetti e il fax, Cosulich moderno lo è sempre stato, fin dal suo primo incarico nell’amato cinematografo, 70 anni fa, quando durante la guerra diventò “movie officer” (!) sull’incrociatore Eugenio di Savoia. Da allora Callisto è stato per tutti i cinefili ben più di un critico di riferimento, ma un capitano coraggioso, un “Master e Commander” delle tendenze nuove ed eccentriche. Prima degli altri si è occupato di horror e cinema erotico, del nuovo cinema americano e dei film rivisti alla moviola per la televisione. Forse perché è nato (nel 1922) insieme al Movimento Moderno, al Bauhaus e al Razionalismo, rivoluzioni formali che rinnovavano i principi artistici…Così questa intervista non parla tanto dell’intenso passato di Cosulich, quanto del presente e del possibile futuro del cinema, alla luce dell’eccezionale esperienza di prima mano di questo versatile intellettuale (anche sceneggiatore, organizzatore) e della sua allenata intuizione. Una “giovane” longevità prettamente triestina, come Gillo Dorfles (102), a cui è stata appena dedicata una mostra sul “kitsch”, e Margherita Hack (90), paladina della patente per la quarta età.

Cosulich, che fine faranno le sale cinematografiche, mai disertate tanto come in questo 2012?

«La crisi economica è un guaio serio per le sale in centro, a Roma è rimasta solo l’Adriano. Il cinema in città è diventato oggi uno spettacolo quasi elitario. Ma il cinema in generale tende a salvarsi perché rimane l’offerta culturale più a buon prezzo. E poi ci sono i multiplex capaci di dare un’offerta aggiuntiva, che però sono fuori città e sono una specie di nuova gita fuori porta, dove il cinema diventa solo uno degli ingredienti dello svago. Del resto il cinema da tempo non è più al centro, ma alla periferia della galassia».

Se il pubblico va meno in sala è colpa solo della crisi?

«La tecnologia degli ultimi 30 anni ha progressivamente portato il film fuori dalle sale, con la possibilità di vederlo a casa propria, prima con le videocassette, poi con il dvd, oggi con Internet. Una volta alla crisi del cinema si rispondeva con schermi sempre più giganti. Oggi, nella sua ricezione da parte del pubblico, il film invece di allargarsi si è sempre più rimpicciolito, fino a poter essere visto sul telefonino. Non ho niente contro questo cambiamento, che è anche una nuova opportunità, però non è la stessa cosa di un film visto in sala!».

Quali gli effetti?

«Per esempio questa tendenza al più piccolo ha rallentato certi sviluppi tecnici per le sale come il 3D. Si tratta di un sistema interessante, però la terza dimensione stenta a diventare un vero strumento di linguaggio, rimane uno strumento puramente tecnico, un trucco e basta. Pensiamo a quanto fu rapido il passaggio dal muto al sonoro. Invece la terza dimensione è ben lontana dall’aver eliminato la seconda. Sono rari i film in cui il 3D è davvero essenziale al racconto».

Esempi di film dove il 3D funziona?

«Due in particolare. Il primo è “Avatar” di Cameron, in cui tu vivi la terza dimensione insieme al film e dimentichi il fatto tecnico. La stessa sensazione l’ho poi avuta con “Hugo Cabret” di Scorsese».

An che il futuro del cinema d’autore è nel 3D?

«Per alcuni registi americani sì, ma la tendenza a rimpicciolire il film non ha danneggiato il cinema d’autore tradizionale, anzi, come del resto è accaduto negli anni ’50 con l’avvento della tv. Per il piccolo schermo è inutile curare troppo la parte scenografica, ma questa diversità del linguaggio televisivo favorì all’epoca autori come John Cassevetes e un cinema sobrio, attento alle idee e alle storie come quello indipendente Usa. Anche Bergman realizzò film per la tv, ma proibì di proiettarli in sala perché li aveva concepiti solo per il piccolo schermo. Comencini invece aveva una concezione diversa, secondo lui girare per la tv o per il cinema era la stessa cosa».

E oggi come sta il cinema d’autore?

«Purtroppo certi autori, come quelli dell’Europa dell’Est, sono scomparsi dal nostro mercato, ma in generale il cinema è molto più autoriale oggi rispetto a una volta, quando in un anno queste pellicole si contavano sulle dita di una mano. Del resto la vivacità del cinema d’autore è ricorrente, l’entusiasmo si spegne e si accende. Adesso la crisi riaccende l’inventiva, e gli ultimi Oscar sono stati vinti non da kolossal, ma da piccoli film a sorpresa, come “The Hurt Locker”, “Il discorso del re”, “The Artist”. Visti questi successi, anche Hollywood ha di nuovo aperto le porte al cinema d’autore, come accadde alla fine degli anni ’60 dopo “Il laureato” e “Easy Rider”. Ovviamente gli americani continuano a fare film industriali, ma in maniera più ridotta di una volta, tanto che il cinema italiano nelle nostre sale batte il cinema Usa, una cosa fino a poco tempo inimmaginabile».

E il cinema italiano?

«Ci sono dei grandissimi talenti, come Matteo Garrone ad esempio. A Cannes il presidente della giuria Moretti è stato criticato per il premio a “Reality”, ma io sono molto curioso di vedere il film perché Garrone è un regista “sui generis”, che sorprende sempre e va oltre le aspettative. Il suo “L’imbalsamatore” sembrava un noir, ma era molto di più. Lo stesso “Gomorra” non era solo un film di denuncia, era molto di più. Del resto oggi l’informazione è quasi tutta “denuncia”, anche in tv, perciò devi inventare. Anche “Romanzo di una strage” di Giordana è più di un film di denuncia».

Lei è stato un pioniere del cinema di genere, come vede i generi superstiti, l’horror e la fantascienza?

«Tim Burton ha portato il fantastico a un grande livello autoriale, e mi farò mandare “Paura” dei Manetti, ma non è che questi generi spopolano, tranne qualche titolo come “Avatar”. Horror e fantascienza continuano a rivolgersi soprattutto agli amatori, non al grande pubblico. Certo questi generi sono oggi più diffusi a tutti i livelli di quando andavo da ragazzo a Trieste al Novocine, una sala specializzata dove potevo trovare anche gli ultimi film di Bela Lugosi. Io ero un fan degli horror, Tullio Kezich dei western».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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