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Baffi: «Non sono un nazista»

Il funzionario indagato per Alina: «Dispiaciuto, ma non mi sento responsabile. Né sequestro immigrati»

«Non sono un commissario nazista e tantomeno un sequestratore di immigrati».

Passa al contrattacco e difende la propria reputazione Carlo Baffi, il funzionario di polizia indagato per la morte e il sequestro di Alina Bonar, la trentaduenne ucraina che si è impiccata il 16 aprile all’interno del Commissariato di Opicina. Lì, secondo l’inchiesta avviata dalla Procura, era trattenuta illegalmente.

«Sono dispiaciuto per quanto è accaduto. Provo compassione per chi ha compiuto quel gesto estremo, ma se qualcuno mi chiede se mi sento responsabile moralmente della morte di quella donna, dico di no. No, non lo sono. Nel giorno in cui è stata scarcerata ed affidata a noi, non sapevo nemmeno che aveva già tentato di uccidersi. Era un sabato mattina, lo ricordo bene. Forse nelle procedure di scarcerazione c’è stata un po’ di fretta ma sono certo di aver fatto applicare quanto aveva stabilito una circolare firmata 10 anni fa dall’allora Questore Natale Argirò. Abbiamo sempre agito in questo modo e nè avvocati, nè magistrati hanno mai avuto qualcosa da ridire».

L’espulsione di Alina Bonar era ineludibile, secondo Carlo Baffi e sarebbe stata attuata il lunedì successivo, al termine dell’udienza già automaticamente disposta davanti al giudice di pace.

«Dal carcere ci hanno comunicato che il passaporto era regolare ma che mancavano sia il visto d’ingresso in Italia, obbligatorio per tutti gli ucraini, sia il permesso di soggiorno. Per la legge Alina Bonar era una clandestina e andava espulsa dal nostro Paese. Io come responsabile dell’Ufficio immigrazione potevo e dovevo suggerire questa misura, ma la responsabilità e la firma del provvedimento non sono formalmente di mia competenza. Questa appartiene al questore o al prefetto»

Alina Bonar, come sostiene Carlo Baffi, doveva essere allontanata dall’Italia. Lei invece impiccandosi alla maniglia della porta di una delle due “sale controllo” allestite all’interno del Commissariato di Opicina, in Italia è riuscita a restarci. Definitivamente. Stamane sarà sepolta nel camposanto di Sant’Anna ma Carlo Baffi dice che al funerale non sarà presente.

«Nessuna ideologia ha condizionato la mia attività di funzionano di polizia. Rispetto la Costituzione e devo smentire tutti coloro che hanno detto pubblicamente e anche scritto che esiste a Trieste una squadra di folli nazisti che gestisce il Commissariato di Opicina. Questa struttura, secondo chi ha messo in giro una simile voce, sarebbe sfuggita di mano al Questore. Non è assolutamente vero. Anzi è falso e calunnioso. Io firmavo i permessi di soggiorno, quelli che aprono la via agli immigrati in Italia. Quanto ho fatto per anni non può essere smentito dai libri che tenevo in casa. Sono un appassionato di Storia e Storia militare e la mia azione di dirigente di polizia si fonda sulle leggi e sui regolamenti, non sul contenuto di libri che diffondono ideologie già condannate dalla Storia per la loro disumanità».

Tra i libri “emersi“ durante la perqusizione c’era "Mein Kampf - La mia battaglia" di Adolf Hitler; la "Difesa della razza" di Julius Evola; "La questione ebraica" di Julius Streicker, l'editore-giornalista

nazista di "Der Strumer", condannato all'impiccagione nel processo di Norimberga per crimini contro l'Umanità. Ora questi libri sono stati restitui dalla Procura a Carlo Baffi e sono ritornati a far parte della sua biblioteca assiema a una fotografia del duce. Formato 30per 40.

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