Quotidiani locali

Azienda trevigiana smercia la Rosa di Gorizia taroccata

Immediato successo commerciale: è una beffa a carico dei produttori goriziani Vertice dell’Ersa a Moraro per individuare le strategie di tutela del prodotto

L'hanno beffardamente chiamata 'Rosa isontina'. Un equilibrismo lessicale che non cela affatto il tentativo di taroccamento della sempre più richiesta Rosa di Gorizia. Succede in Veneto: un'azienda agricola trevigiana ha recuperato - ottenendole con ogni probabilità da qualche magnanimo contadino goriziano - le sementi del pregiato e pluripremiato radicchio, coltivato da secoli nella zona a nord della città, dove l'asfalto e la frenesia della città cedono il passo alla placida tranquillità di prati e orti. Così, tra un bussolotto di sementi di radicchio rosso di Treviso e un contenitore con i semi del meno noto Variegato di Castelfranco, l'azienda agricola della Marca ha piazzato anche la Rosa isontina. Che è andata da subito a ruba. Un'iniziativa, quella degli imprenditori veneti, che comprensibilmente infastidisce i coltivatori goriziani, capaci in questi ultimi dieci anni di mettere in campo tutta una serie di azioni mirate alla tutela della più elevata eccellenza gastronomica goriziana. Dell'azione di disturbo “made in Veneto” si è parlato a Moraro, a margine dell'incontro organizzato dall'Ersa per illustrare i primi risultati di una ricerca mirata a studiare e migliorare la tecnica di coltivazione della Rosa di Gorizia. «A fronte di una resa per ettaro coltivato ancora limitata, il radicchio goriziano è in questo momento richiestissimo sul mercato – spiega Renato Danielis, perito del Servizio di ricerca dell’Agenzia regionale per lo sviluppo rurale -. I prezzi al dettaglio particolarmente elevati e l'assenza della tutela Igp rendono inevitabilmente appetibile per gli imprenditori la Rosa. Un fenomeno che però rischia di sviare il consumatore». L'Ersa, per adesso. ha spiegato il direttore generale Mirko Bellini preferendo concentrarsi in questa fase sullo studio delle tecniche biologiche che sovraintendono alla coltivazione del pregiato radicchio. Sul quale si addensa però più di qualche nube. Anche nella riunione a Moraro è riemersa la questione del marchio, registrato ormai più di un anno fa dall'imprenditore goriziano Massimo Santinelli, titolare dell'azienda Biolab. E c'è chi è corso ai ripari: «Sono costretto a venderla come Cicoria di Gorizia' – ha spiegato uno dei produttori della Rosa -, ma è evidente che si tratta di una forzatura ingiusta: per dieci anni abbiamo lavorato per tutelare in tutti i modi il nostro prodotto, che ha delle caratteristiche e una localizzazione geografica ben precise, stabilite da un ferreo disciplinare. Per un cavillo burocratico rischiamo di vanificare questi sforzi, vedendo premiati produttori addirittura di fuori regione: non è escluso che si possa adire anche le vie legali».

Intanto, tra gli storici coltivatori del Cicorium Inthybus goriziano, spunta anche qualche hobbista, che nell'orticello di casa propria si prepara a coltivare il prezioso radicchietto, per poi rivendere a terzi gli esemplari da trapiantare. Lapidario, in questo senso, il direttore di Coldiretti Gorizia, Ivo Bozzato: «Guai a mischiare sacro e profano: la Rosa di Gorizia è un patrimonio dei produttori. Come Coldiretti, in accordo con la Regione, dovremo trovare forme e metodi per tutelare il prodotto». Intanto, si lavora sulla tecnica: il primo anno di sperimentazione triennale dell'Ersa sulle tecniche di coltivazione della Rosa di Gorizia si è concluso nei mesi scorsi: grazie alla collaborazione dell'Istituto agrario Brignoli di Gradisca e all'azienda agricola Blasizza di Moraro, è stato possibile ricostruire il ciclo vitale del radicchio goriziano.

Christian Seu

Trova Cinema

Tutti i cinema »

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

In edicola

Sfoglia il Piccolo
su tutti i tuoi
schermi digitali. 2 mesi a soli 14,99€

ATTIVA Prima Pagina
ilmiolibro

Oltre 300 ebook da leggere gratis per una settimana