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L'auto-coccodrillo di Cecovini: "Io, un pittore mancato con le radici in Carso"

Sul finire degli anni ’90, Manlio Cecovini sintetizzò in questo scritto inedito la storia della sua famiglia e le tappe più importanti della propria vita

Coccodrillo – dicono i vocabolari – è parola di etimo incerto, a significare quel grosso rettile tropicale, dal corpo lungo e poderoso e lunga robusta coda, il tutto ricoperto da una salda corazza di scudi ossei. L’enorme bocca è piena di denti aguzzi che gli servono per mangiare gli uomini che gli capitano a tiro. Dopo colazione, qualcuno dice che si mette a piangere: dal che, la locuzione «lacrime di coccodrillo», a indicare che non si salva l’anima facendo il male e poi pentendosene, come usano i nostri «pentiti» processuali tutti i giorni della settimana. Comunque è di bocca buona e democratica, perché mangia neri e bianchi senza discriminazioni e non rigetta neppure le scarpe. È anche servizievole e galante, nel senso che, dopo ammazzato, consente che dalla sua pelle si traggono borsette e scarpe per signora. Nel gergo giornalistico significa la biografia dei personaggi che si conserva in archivio, in attesa di pubblicarla quando tirano le cuoia.

Dubito di essere un personaggio degno di tanto onore, ma per l’ipotesi che mi tocchi, a risparmio di tempo e per facilitare il compito di chi dovesse esserne incaricato, collega sia pure precario nella fatica dello scrivere, ho pensato di offrirgli un aiuto, redigendo da me, in terza persona, la minuta del mio coccodrillo, ovviamente con piena licenza di modificarlo secondo le esigenze del momento, soprattutto nell’aggettivazione.

A beneficio dei non addetti ai lavori, lo riproduco qui, senza varianti. Manlio Cecovini è stato una figura poliedrica. Sportivo nell’adolescenza e prima giovinezza (scherma, alpinismo, sci, nuoto, calcio, ecc.) giurista e politico attivo nella maturità, prevalentemente pensatore e scrittore quando si ritirò dalla vita attiva. Fu anche combattente, nelle truppe alpine, nella campagna di Grecia, massone eminente nell’ambito del Grande Oriente d’Italia e del Rito Scozzese Antico e Accettato. Come scrittore, pubblicò una quarantina di libri, sia di narrativa (romanzi e racconti), che di saggistica. Usava dire che gli sarebbe piaciuto essere ricordato come scrittore.

Nato a Trieste il 29 gennaio 1914 da genitori entrambi triestini, diceva anche, senza malizia o ironia, di essere nato austriaco e divenuto italiano «prima dell’uso della ragione». Nei suoi primissimi anni fu testimone inconscio della prima guerra mondiale, nella parte svoltasi per così dire alle porte di casa. A quel tempo, e fino al 1927, si chiamava Cehovin e quando i cognomi triestini vennero «italianizzati» divenne Cecovini, tale rimanendo anche quando, dopo la seconda guerra mondiale, venne di moda riprendere i cognomi originari. Un cognome illustre, fra l’altro, Cehovin, per essere stato onorato al tempo delle guerre dell’indipendenza italiana da un giovane sloveno, nato ai piedi del monte Nanos e divenuto l’ufficiale austriaco più decorato, combattendo contro l’Italia agli ordini del maresciallo Radetzki, fino a essere insignito nell’Ordine di Maria Teresa e del titolo di barone.

«Mio padre – ricordava Cecovini – continuava a sollecitarmi, negli anni del ginnasio, a fare ricerche genealogiche e raccontare questa ”storia di famiglia”». Molti anni più tardi Cecovini si divertì infatti a scrivere il racconto ”Per favore chiamatemi von”, nel quale basta sostituire al nome del protagonista (barone von Gabrovitz) quello di von Cehovin per avere la storia fedele dell’eroe sloveno, sia pure narrata con bonaria ironia. Per la storia, nel cinquantesimo anniversario di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe, il barone venne onorato con l’erezione di un monumento in marmo di Carrara che, rimesso in piedi dopo le traversie del ventennio fascista e della seconda guerra mondiale, si può nuovamente ammirare in quel di Branizza, oggi in Slovenia.

Fu il nonno Bartolomeo, Bortolo in triestino, a portare sedicenne la stirpe dei Cechovin-Cecovini dal Carso a Trieste, dove si costruì una solida posizione economica nel campo dell’artigianato delle calzature, quando ancora non esistevano i calzaturifici industriali. E fu lui ad avviare l’unico figlio maschio (Giovanni, padre di Manlio) agli studi nella scuola italiana e quindi alla professione di ingegnere, determinando con ciò altresì il passaggio della discendenza dalla categoria sociale dei blu-collars e quella degli white-collars e insieme alla scelta italiana.

Manlio Cecovini si è sempre considerato «italiano per scelta culturale». Nel suo caso, peraltro, tale scelta era corroborata dalla stirpe materna, prettamente veneta, dei Rigotti. Educato nella severa tradizione mitteleuropea allora in auge nella borghesia triestina, Cecovini frequenta il ginnasio-liceo Dante Alighieri, scuola dalla quale erano usciti i grandi nomi dell’irredentismo triestino, gli Stuparich, gli Slataper, Guido Corsi, ecc. In questo clima, sin da bambino legge, scrive, disegna e infine dipinge, esponendo nelle mostre universitarie. Poi, in una delle sue periodiche «potature radicali», troncherà l’attività pittorica per dedicarsi, accanto agli studi e alla professione giuridica, soltanto agli interessi letterari.

Fra tutti gli sport praticati, Cecovini riservò alla scherma agonistica un posto preminente. Ne è traccia nel suo romanzo, pubblicato prima a puntate nel Piccolo di Trieste (col titolo ”Chi di spada ferisce”) e poi in volume (col titolo ”Un’ipotesi per Barbara”, Garzanti/Vallardi 1982).

Laureatosi in legge a Bologna nel 1936, esercitò inizialmente la magistratura, prima come pubblico ministero, poi come giudice civile. Prestava servizio a Milano quando, richiamato alle armi, fu inviato al fronte greco-albanese. Congedato, riprese servizio presso il tribunale di Trieste, cominciando contemporaneamente a pubblicare saggi giuridici. L’esperienza della guerra volse i suoi interessi letterari dal campo del diritto alla narrativa e allla saggistica. Scrisse così il suo primo romanzo, ”Ritorno da Poggio Boschetto” (Vallecchi, 1954, poi ripubblicato nel 1966 col titolo ”Ponte Perati / La Julia in Grecia”, e poi ancora nel 1974 nei pocket Longanesi).

Del 1970 è il romanzo ”Straniero in paradiso”, ambientato negli Usa dove Cecovini viaggiò per quattro mesi, ospite del Department of State, ricavandone anche uno studio di diritto comparato, ”La giustizia negli Stati Uniti d’America”.

Nel 1952 egli lascia la magistratura e passa all’Avvocatura dello Stato, dalla quale si ritirerà nel 1979, con la qualifica di Avvocato Generale dello Stato onorario, quando sarà eletto al primo Parlamento Europeo uscito dal suffragio universale. Frattanto era stato promosso al grado di Maggior Generale della Giusitiza Militare, nella riserva. Già dal tempo del Governo Militare Alleato a Trieste (presso il quale egli fu distaccato come consulente giuridico e draftman), Cecovini si era interessato di politica, soprattutto in difesa degli interessi della sua città, duramente provata dallo scontro fra le potenze occidentali e quelle orientali. Consigliere comunale negli anni ’60/’70, nel 1976 fu tra i fondatori della Lista per Trieste, movimento autonomista dichiaratamente italiano, più noto fuori Trieste come «Il Melone». Fu sindaco della città negli anni 1978-1983, parlamentare europeo nel quinquennio 1979-1984, consigliere regionale dal 1988 al 1993, alla scadenza del quale si ritirò definitivamente dalla politica, per dedicarsi soltanto alle lettere. Da questa massa di esperienze Cecovini ha tratto la materia della sua narrativa saggistica. Vari elementi biografici si deducono pertanto dai suoi scritti, e specialmente dai libri di contenuto politico.

Secondo un’illustre tradizione triestina, Cecovini è stato anche attivo membro della Massoneria, a livello locale, nazionale e internazionale. Per dieci anni resse la giurisdizione italiana del Rito Scozzese Antico e Accettato, e fu poi insignito delle qualifiche di Sovrano Gran Commendatore onorario e di Gran Maestro onorario a vita del Grande Oriente d’Italia.

Di lui già nel 1974 Alberto Spaini aveva detto: «Cecovini possiede innata la sottile ironia, in genere sconosciuta agli scrittori triestini, che lo colloca a un posto raggiunto solo dall’ultimo Svevo». Era un giudizio che riguardava solo lo scrittore. Più completo il giudizio espresso dall’ancora vivente e attivo Diego de Castro, a pagina 234 delle sue ”Memorie di un novantenne” (Mgs Press, Trieste 1999): «Circa la poliedricità dell’intelligenza di Cecovini penso di essere un testimone molto credibile perché ho scritto la prefazione a tre suoi volumi intitolati ”Dare e avere per Trieste”, nei quali è riassunta tutta la sua attività. Cecovini
è un ottimo giurista, un letterato che ha scritto decine di libri sì da di venire uno dei migliori scrittori triestini di questo secolo; divenne il capo della massoneria nazionale e diverrebbe capo di qualsiasi attività verso la quale rivolgesse il suo intelletto».
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