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Belli quei romanzi, ricordano Handke e Enthoven. Lo scrittore udinese Filipuzzi ha copiato dai grandi

Fabio Filipuzzi, ingegnere e scrittore a Udine, ha pubblicato 6 libri in 4 anni, dal 2006 al 2010. Romanzi

e saggi di estetica, filosofia, architettura, usciti per Campanotto e Mimesis. Casa editrice, quest’ultima, dove Filipuzzi ricopre la carica di vicedirettore editoriale per la narrativa. Una produzione vasta. Peccato che almeno due dei suoi romanzi siano interamente copiati da altri autori di fama
TRIESTE. Fabio Filipuzzi, ingegnere e scrittore a Udine, ha pubblicato sei libri in quattro anni, dal 2006 al 2010. Nipote di Angelo Filipuzzi (1907-2003), che fu tra l’altro presidente della società Dante Alighieri di Pordenone, provveditore agli studi di quella città nonché direttore dell’Istituto italiano di cultura di Vienna, Fabio Filipuzzi ha pubblicato romanzi e saggi di estetica, filosofia, architettura, usciti per le edizioni Campanotto e Mimesis. Casa editrice, quest’ultima, dove Filipuzzi ricopre anche la carica di vicedirettore editoriale per la narrativa.

Una produzione vasta, dunque, anzi enorme, considerata anche la mole di pagine scritte e la complessità dei temi affrontati. Peccato che almeno due dei suoi romanzi siano interamente copiati - si intende in modo integrale, dalla prima all’ultima pagina - da altri autori, per altro di fama, mentre il terzo presenta in molte pagine un collage di interi brani e paragrafi presi da opere di scrittori che vanno da Paul Auster a Zygmunt Bauman, da Jospehine Hart ad Alain Elkann e altri. Vediamo più nel dettaglio.

Nel 2008 Fabio Filipuzzi pubblica per l’editore Campanotto il romanzo ”La parola smarrita”, dedicato al nonno Angelo e che riporta in copertina la fotografia della bella biblioteca di famiglia. Ma il romanzo non è suo: è copiato, parola per parola, dal romanzo di Peter Handke ”Pomeriggio di uno scrittore”, nella traduzione di Giovanna Agabio pubblicata da Guanda nel 1987. Tranne le prime tre righe dell’incipit e alcuni nomi (Alaska diventa Siberia, Mosca diventa Londra) il libro è il romanzo di Handke in traduzione copiato pari pari.

L’anno dopo, nel 2009, sempre per Campanotto esce un altro romanzo di Fabio Filipuzzi, ”L’ipotesi della bellezza”. Anche questo romanzo, che fra l’altro riporta in esergo una frase che Filipuzzi attribuisce a se stesso e invece è presa di peso da ”L’animale morente” di Philip Roth, è integralmente copiato, stavolta dal romanzo ”Aurore” di Jean-Paul Enthoven, nella traduzione di Vincenzo Vega pubblicata da Bompiani nel 2001.

Nel testo di Filipuzzi, il personaggio del romanzo di Enthoven ”Aurore” diventa ”Anna”, per il resto il testo è assolutamente lo stesso, dall’inizio alla fine. La scoperta di quello che passerà alla storia come uno dei più clamorosi casi di plagio letterario mai attuati, l’ha fatta un traduttore, saggista e libraio italo-tedesco di Trieste, Jean-Pierre Bouerdick. Colto e appassionato lettore, Bouerdick si era sorpreso, nel leggere ”La parola smarrita” di Filipuzzi, di trovare forti assonanze con uno dei suoi autori preferiti, appunto Peter Handke. C’è voluto poco per avere le prove del plagio.

Jean Pierre ha allora iniziato una sua personale indagine (vedi articolo qui sotto), e scandagliando i libri di Filipuzzi che è riuscito a procurarsi (alcuni però mancano all’appello, come ”Eros e logos” e ”La funzione sociale dell’arte”, sempre Campanotto) ha scoperto anche il plagio di Enthoven. Non solo, pure l’ultimo romanzo di Filipuzzi, ”La donna di velluto”, uscito nel 2009 per l’editrice Mimesis, riporta in molte pagine interi brani e paragrafi copiati da opere diverse, da ”L’invenzione della solitudine” di Paul Auster (Einaudi) a ”Un uomo solo” di Christopher Isherwood (Guanda) fino a ”Il danno” di Josephine Hart (Feltrinelli), in un collage non di citazioni ma di intere parti di altri testi.

Ancora, quest’anno Filipuzzi ha curato, sempre per Mimesis e assieme a Luca Taddio, un’antologia di saggi di 486 pagine intitolata ”Costruire, abitare, pensare”, che raccoglie testi di prestigiosi autori, viventi e non, tra cui Pier Aldo Rovatti, Emanuele Severino, José Ortega y Gasset. Nella raccolta Filipuzzi firma di suo pugno un saggio, intitolato ”La questione dello spazio e l’estetica decostruttivista di Bernard Tschumi”. In realtà il testo è preso dal saggio dell’architetto Claudio Nurzia, mai citato da Filipuzzi, intitolato ”La piramide e il labirinto”.

Fabio Filipuzzi non dice perché ha copiato libri di altri autori. Raggiunto al telefono, rifiuta di rilasciare dichiarazioni: «Non ho niente da dire», ribadisce. «Sconcertato» si dice invece Pierre Dalla Vigna, responsabile delle edizioni Mimesis: «Naturalmente non ne sapevamo niente - spiega Dalla Vigna -, non abbiamo mai sospettato nulla, ci dispiace molto». «Non potevo immaginarlo - interviene Carlo Marcello Conti, titolare della Campanotto -, facciamo sempre firmare clausole contrattuali con le quali gli autori si impegnano a non recare danno all’editrice; adesso dovrò ritirare quei libri dal mercato».

Da Marziale in poi, i casi di plagio - cioè ”l'appropriazione, tramite copia totale o parziale, della paternità di un'opera dell'ingegno altrui”, come dicono i vocabolari - sono una costante nella storia della letteratura. Ed è un problema serio nell’era Internet, dove appropriarsi del lavoro degli altri è diventato molto più facile. Ultimamente protagonisti illustri del plagio sono stati, fra gli altri, il filosofo Umberto Galimberti e Vittorio Sgarbi. E si ricorda lo straordinario caso di Antonio Villani (1923-1999), allievo di Benedetto Croce e Magnifico Rettore dell'Istituto Suor Orsola Benincasa, che nel 1993 dovette rassegnare le
dimissioni per una vicenda di plagio conclamato: sin dalla tesi di laurea aveva copiato, traducendoli da testi stranieri, tutti i suoi saggi. Ma almeno li aveva tradotti. Filipuzzi invece ha copiato direttamente testi già tradotti in italiano. Parola per parola.

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