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STORIA / Dopo 62 anni la verità sull’attentato di Pola che segnò l’inizio dell’esodo

Gli archivi inglesi rivelano: la strage di Vergarolla voluta dagli agenti di Tito

La strage di Vergarolla, a Pola, che il 18 agosto del 1946 causò la morte di settanta persone e un centinaio di feriti, tutti civili, smembrando intere famiglie che quel giorno avevano affollato la spiaggia per assistere alla gara natatoria organizzata dalla «Pietas Julia», non fu un incidente ma un attentato organizzato dall’Ozna, la polizia segreta di Tito. E uno dei sospetti attentatori adesso ha un nome e cognome: Giuseppe Kovacich, fiumano, che veniva spesso a Trieste, in via Cicerone 2, dove c’era una delle basi dell’Ozna.

Non solo, ma già nel 1946, in Italia, il Sim, il servizio segreto militare italiano, era perfettamente al corrente di come erano andate le cose, e anzi furono loro a informare i servizi alleati. Emerge così, dopo 62 anni, una nuova verità sulla strage della spiaggia di Vergarolla, uno degli episodi più vergognosi e dolorosi del dopoguerra, simbolo dell’avvio del grande esodo per gli italiani di Pola che l’anno dopo avrebbero abbandonato la città in massa. Per più di sessant’anni su quell’eccidio - che ogni anno viene commemorato nella città istriana in una cerimionia congiunta fra esuli e «rimasti» - la verità è rimasta sospesa: l’esplosione delle 28 mine - in tutto 9 tonnellate di tritolo - accatastate sulla spiaggia fu un incidente o un attentato compiuto per spaventare i polesani e convincerli ad andarsene? Ora un documento afferma: fu un attentato pianificato e compiuto dall’Ozna, e tra gli esecutori materiali spunta il nome di Giuseppe Kovacich, allora già noto allo spionaggio alleato come terrorista.

La nuova verità su Vergarolla è contenuta nelle carte dei National Archives di Kew Gardens, vicino Londra, gli stessi documenti che hanno permesso la realizzazione dei quattro volumi del «Piccolo» «Top Secret» su «Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra». Ed è proprio nel prossimo volume, il terzo, dedicato al periodo 1946-1951, in edicola giovedì assieme al Piccolo, che appare il nome di Giuseppe Kovacich come «uno dei sabotatori» che provocò l’esplosione. Il documento scoperto dagli autori della collana, Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, è datato 19 dicembre 1946 e ha come titolo «Sabotage in Pola». È un’informativa che riporta come fonte la sigla CS, dietro la quale si cela una delle formazioni di spionaggio più attive in Italia nel dopoguerra: il Battaglione 808° per il controspionaggio, con sede a Roma, composto tutto da carabinieri e dipendente dal Sim, il Servizio segreto militare, che allora - dopo l’8 settembre ’43 - collaborava con gli Alleati.

Sono loro, i carabinieri del controspionaggio, a informare gli angloamericani della partecipazione di Kovacich all’attentato, fornendo anche una descrizione fisica dell’uomo, che corrisponde in buona parte a quella fornita da alcuni testimoni che avevano visto un individuo avvicinarsi con fare sospetto al deposito di mine. Il rapporto parla di 63 vittime, in seguito altre fonti ne avrebbero indicate settanta. «Fin dal settembre del 1943 - spiegano Amodeo e Cereghino -, i servizi segreti angloamericani (l'Office of strategic services, Oss, e il Counter intelligence corps, Cic) collaborano strettamente con lo spionaggio italiano, composto in gran parte da militi dell'Arma dei carabinieri. Sono gli italiani, ad esempio, a segnalare un primo elenco di sospetti agenti dell'Ozna con base a Pola».

Il 6 luglio 1946, un bollettino del Battaglione 808° allerta Roma che a Fiume, dal febbraio 1944, è attivo Giuseppe Covacich (in questo documento compare come Covacich, con la C), trent'anni, un ex membro della Marina militare italiana: «Ricopre - scrivono gli agenti - un ruolo importante nella vita politica di Fiume ed è molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ogni due giorni si reca a Trieste a bordo di un'automobile targata Sussak, per visitare l'Ufficio politico slavo di via Cicerone 6, sito al piano terra. Covacich è un agente dell'Ozna». Il Sim segnala che anche sua sorella, Amelia Covacich, abitante in via Milano 5, «potrebbe essere un pericoloso esponente dei servizi segreti titini». «Una settimana più tardi - continuano gli autori del libro ”Top Secret” -, il Battaglione 808° informa il Comando alleato che ”Giuseppe Banco, 34 anni, comunista, ha recentemente distribuito una grande quantità di armi ai suoi compagni, alla periferia di Pola”. È chiaro che qualcosa bolle in pentola in città. Ricercato dalla polizia, l'uomo scappa nella Zona B, dove inizia a lavorare per l'Ozna (a Fasana) agli ordini di un certo «Timo».

Tre settimane dopo la strage di Vergarolla, il Counter intelligence corps di Milano invia ai suoi superiori una notizia che può essere collegata all’esplosione di Pola: «L'Ozna ha messo in piedi una sezione specializzata in sabotaggi. Il suo nome è Titova Varna Policya (Tvp)», la Polizia di sicurezza di Tito. A informare gli Alleati è un «confidente solitamente attendibile». «Le indagini proseguono - spiegano ancora Amodeo e Cereghino -, e il 24 settembre gli agenti italiani individuano quattro sabotatori dell'Ozna a Trieste: sono Oreste Perovel, Marco Lipez, Silvano Picorich, Guido Fiorino. Hanno tra i 20 e i 30 anni e vengono trovati in possesso di esplosivo al tritolo». Il giorno dopo, in un top secret inviato da Trieste a Londra, gli inglesi confermano che la Jugoslavia ha sguinzagliato una serie di «squadroni del terrore» (terror squads) nella Zona A.

In novembre la notizia è confermata dall'intelligence di Roma: dal 9 settembre 1946, sono attive a Trieste e in tutta la Venezia Giulia 6 squadre di sabotatori dell'Ozna, con l'obiettivo di «promuovere atti terroristici». Il 13 dicembre 1946, il Counter intelligence corps di Monaco di Baviera segnala al Comando alleato di Trieste che, in ottobre, un gruppo ex soldati tedeschi (una trentina) è stato incaricato dai titini di organizzare una serie di attentati dinamitardi contro le forze angloamericane di stanza a Trieste. Ma alcuni «riescono a fuggire e a tornare in Germania (tra costoro, un certo Heinz Staple)».

Altre indagini e pochi giorni dopo, il 19 dicembre, l’intelligence alleata segnala ancora una volta ai suoi superiori una notizia di fonte italiana: «La seguente informazione - si legge nel documento archiviato con la sigla War Office 204/12765 Secret - è stata ricevuta dal CS (il controspionaggio italiano, ndr) e proviene da una fonte attendibile, in relazione al sabotaggio di Vergarolla a Pola, compiuto con mine e che ha causato la morte di 63 persone. Si segnala che uno dei sabotatori è Kovacich Giuseppe. Si presume che la sua descrizione corrisponda con quella divulgata dagli Alleati, ovvero: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu. Si segnala - è scritto ancora nel report - che Kovacich è uno specialista in atti
terroristici nonché responsabile di numerosi crimini. In passato si recava regolarmente da Trieste a Fiume tre volte alla settimana, a bordo di un’automobile targata ”R”: agiva come messaggero per l’Ozna e riferiva in via Cicerone 2 a Trieste. Dopo l’esplosione non è stato più visto in città».

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