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I segreti di Gerti Frankl magnetica seduttrice della Bloomsbury triestina

Sapeva di essere una donna che veniva da una poesia. Firenze, Capodanno 1928, in casa del critico d’arte Matteo Marangoni ci sono Eugenio Montale, la ‘Mosca’, Bobi Bazlen e Gerti Frankl, la giovane...



Sapeva di essere una donna che veniva da una poesia. Firenze, Capodanno 1928, in casa del critico d’arte Matteo Marangoni ci sono Eugenio Montale, la ‘Mosca’, Bobi Bazlen e Gerti Frankl, la giovane austriaca che da un paio d’anni abitava a Trieste, dove era giunta per amore di un amico di Bazlen. Gerti, allo scoccare della mezzanotte, getta nell’acqua un cucchiaio di piombo fuso per leggere nelle forme prese dal metallo i pronostici per l’anno che verrà. Montale ne rimane colpito e quella no ...

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Sapeva di essere una donna che veniva da una poesia. Firenze, Capodanno 1928, in casa del critico d’arte Matteo Marangoni ci sono Eugenio Montale, la ‘Mosca’, Bobi Bazlen e Gerti Frankl, la giovane austriaca che da un paio d’anni abitava a Trieste, dove era giunta per amore di un amico di Bazlen. Gerti, allo scoccare della mezzanotte, getta nell’acqua un cucchiaio di piombo fuso per leggere nelle forme prese dal metallo i pronostici per l’anno che verrà. Montale ne rimane colpito e quella notte verrà trasfigurata nel ‘Carnevale di Gerti’, una delle sue liriche più famose.

Sapeva di essere stata eternata dalla letteratura, ma non ne parlava, come ha ricordato Daniele Del Giudice, che l’aveva incontrata negli ultimi anni di vita, a caccia di indizi per tracciare il ritratto di Bazlen, nel suo ‘Lo stadio di Wimbledon’. Era ancora una grande seduttrice, aveva annotato Del Giudice e Gerti doveva davvero possedere un fascino magnetico. Entrata nella cerchia degli amici di Bazlen, Piero Rismondo, Lionello Stock, Carlo Gruber, e Carlo Tolazzi - per il quale abbandonò la Stiria e che sposò a Londra, in una fuga d’amore - ne catturò le attenzioni, riuscì a dare alimento alle loro ispirazioni.



Erano “gli anni folli” in cui, da poco uscita dalla guerra, la gioventù sfogava frenetica la sua voglia di vivere, sperimentava il nuovo, scopriva la psicanalisi. L’inafferrabile Bobi Bazlen si muoveva al centro di questa rete di amici, li faceva incontrare, suggeriva relazioni, mischiava e scompaginava le loro vite. Il percorso di questi esperimenti si trova nelle lettere che scriveva a Gerti e che con altre carte e documenti fanno parte del Fondo Frankl, conservato all’Università di Trieste. Ad occuparsene, sia per le traduzioni - Bazlen scriveva alla “donna dal bacino strettissimo” in tedesco – sia ricostruendo il complesso mondo di relazioni che emerge dalle carte, e infine compiendo una ricerca che ha detto una parola definitiva sulla identità di Dora Markus, altra musa misteriosa della poesia montaliana, è stata Waltraud Fischer, studiosa e saggista austriaca che da anni vive a Trieste.

Il suo ‘Gerti, Bobi, Montale & C.’ (Diabasis, pagg. 206, 16 euro), si avvale appunto del lascito che Gerti ha fatto all’amica Maria Cecconi di tutto il suo patrimonio documentale, le carte e le tante fotografie, che aveva messo in ordine prima di morire. Gerti era conscia dell’importanza dei documenti, ma aveva raccomandato alla Cecconi di non far pubblicare niente. «Testimoniare, ma per chi? Ci sarebbero le tante mie fotografie. Ma a chi? Voghera è vecchio, Magris mi indispone», aveva scritto Gerti. Per fortuna l’intenzione manifestata a parole non è stata seguita, ritenendo, come nel caso di Max Brod e Kafka, che se qualcuno non vuole davvero lasciare tracce provvede a cancellarle personalmente.



Il lavoro della Fischer, di cui si era giovata anche la mostra ‘Il viaggio di Gerti’, organizzata nel 2005 dall’Associazione Archivio e centro di documentazione della cultura regionale, fa luce su quel gruppo di amici che si nutrivano di letteratura e solo di libri e sentimenti parlavano, evitando, per disinteresse, qualunque accenno alla politica; e dire, si era nei primi anni della dittatura, che gli argomenti non mancavano. Un cenacolo che Elvio Guagnini nella prefazione al volume (di cui la Fischer ha intenzione di pubblicare una versione in lingua tedesca) definisce una ‘sorta di Bloomsbury dell’alto Adriatico coagulatasi attorno a Bobi Bazlen’.

E infatti la parte fondamentale del lascito sono le lettere di Bazlen, scritte a volte a mano a volte a macchina, senza uno stile unico, procedendo per libere associazioni di idee. Si tratta di un documento di grande interesse per capire il modo di pensare del ‘bracco letterario triestino’, che buttava giù i suoi pensieri senza riflettere troppo, dando voce agli umori del momento.



Per Bazlen non è lo stile a essere importante, quanto il fermare sulla carta l’urgenza che in quel momento deve trovare sfogo. Perciò le sue lettere, sempre sotto il nume tutelare del paradosso, sembrano scritte di getto. A volte sono frasi come telegrammi, a volte lunghe digressioni in cui fa pettegolezzi, una sua passione, su amici e conoscenti. A Gerti si rivolge sempre con il lei, come era d’uso ai tempi, nonostante sia la sua amica spirituale, la confidente che ascolta i suoi patimenti per l’innamorata che lo delude, Duska Slavik, una slovena triestina che per Bazlen rappresenta la passione carnale. Anche se, quando Bazlen scrive, in una lettera del 1929, “le labbra, le zone erotiche; le dita di Gerti, bianche (come la neve); piaceri che valgono la vita. Il desiderio di Bobi canta: beh beh”, non sembra che Gerti sia solo una confidente per il mercuriale Bazlen. D’altronde lui mischiava vita e letteratura, entrava nella vita delle persone e cercava di dirigerne i destini. Riuscendoci, va detto, perché come era riuscito a far scoppiare ‘con gran fracasso’ il caso Svevo, così riusciva a convincere qualcuno a buttarsi tra le braccia di un’altra. Ci fu la sua mano dietro la fine del matrimonio di Gerti, che il marito Carlo lasciò proprio per Duska. Quando tutti questi intrecci cominciarono a generare dolore, quando il romanzo raccontato nelle lettere si andò trasformando in vita vissuta, Bazlen interruppe l’epistolario.

Le altre carte di Gerti consentono di seguirne la vita attraverso il ’900. Questa donna che aveva un carattere forte, che era ironica, che guidava, che si spostava da un paese all’altro, indipendente e moderna, e che era stata benestante, finì nell’imbuto nero della guerra, scampando, lei ebrea, con la fuga alla deportazione. Da ricca che era si trovò nella condizione di dover ricevere gli aiuti dei parenti emigrati in Australia e a New York, dove era stata invitata a raggiungerli, rimanendo però sempre nella sua casa di via Belpoggio.



A Gerti piaceva fotografare. Era stata lei a scattare la famosa foto che Bazlen inviò a Montale con un biglietto: “È un’amica di Gerti con delle gambe meravigliose: fanne una poesia”. E nacque Dora Markus, ma la poesia è totalmente ispirata da Gerti: il piumino, il topo bianco d’avorio erano i suoi. Per anni non si seppe nulla dell’identità di Dora, finché il suo volto finalmente si rivelò nella mostra del 2005, la foto ce l’aveva ancora Gerti, e la sua storia si è chiarita grazie all’indagine della Fischer, che tra le lettere di Bazlen ne ha trovato una inviata a casa di Dora Markus, a Vienna, dove era ospite Gerti. Dorothea, nata nel 1900, si trasferì nel 1938 in Inghilterra e poi a Chicago nel 1952. Le ultime notizie risalgono al ’78, a portarle è un amico di Gerti che sta a Graz, e che di Dora sapeva che viveva a San Francisco.

Negli ultimi anni Gerti si sentiva una sopravvissuta. «Era una donna - parole di Del Giudice - che veniva da un’epoca in cui le persone contavano, e amarle significava conoscerle e conoscersi nel rapporto con esse e magari giudicare e confliggere ma proprio per questo amare. Credo che questo fosse il tesoro di Gerti». —