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La satira di Giovannino Guareschi il cantore del “mondo piccolo”

Cinquant’anni fa moriva lo scrittore e giornalista che inventò la saga di Peppone e don Camillo



Giovannino Guareschi, giornalista e scrittore, creatore di una delle più lette (20 milioni di libri venduti) e viste (cine e tv) coppie del Novecento (Don Camillo/Peppone) non solo italiano, morì esattamente cinquant’anni fa colpito da un infarto nella sua casa balneare di Cervia, in una piccola via affluente nella strada che collega il centro paesano alla spiaggia. Venne seppellito con quattro oggetti che lo avevano seguito in tutta la vita, ai quali attribuiva un valore simbolico e affettivo, due riguardavano i figli Alberto e Carlotta, poi il suo martello e la sua matita.

Al funerale mancò l’Italia ufficiale delle istituzioni e della cultura, che per la verità non lo aveva mai amato: parteciparono alle esequie Enzo Ferrari, Enzo Biagi, Nino Nutrizio che era profugo dalmato, direttore della “Notte” e fratello della stilista Mila Schön. “L’Unità”, allora organo del Pci, scrisse del «malinconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto»: d’altronde, tempestati dalle vignette con le tre narici e con il “contrordine compagni”, i comunisti avevano sempre tenuto aperto il conto con Guareschi.

L’otto è un numero fatale nell’esistenza di Guareschi, che nacque in provincia di Parma nel 1908, che fu uno dei protagonisti della campagna elettorale del 1948 nella quale appoggiò la Dc contro il Fronte popolare. E che scomparve nel 1968. Lo scrittore parmigiano, passionale e istintivo, rimase vittima di due paradossi: considerato da sinistra un fascista, in verità dopo l’8 (a proposito di magie numeriche) settembre si rifiutò di aderire alla Rsi e rischiò di lasciare la pelle in un lager tedesco, dove fu internato come “imi”. Fattore determinante nel successo democristiano del ’48 con il suo settimanale “Candido”, cinque anni dopo finì in galera in seguito a un processo intentatogli dal leader scudocrociato Alcide De Gasperi per una vicenda di documenti risalenti alla Seconda guerra mondiale. Due anni e mezzo di carcere in meno di un decennio.

Penna e matita satiriche e pungenti, Guareschi non ebbe mai un rapporto facile con il potere. Fin dalla stagione della rivista “Bertoldo”, di cui fu capo-redattore nella Milano anni Trenta: con il regime fascista le cose non filarono tanto lisce, al punto che venne richiamato sotto le armi dopo un’intemerata notturna, non priva di additivo alcolico, contro il Duce.

Nell’immediato secondo dopoguerra, Guareschi conobbe il suo periodo più fecondo sotto l’egida editoriale rizzoliana, trainato dall’uno-due vincente di “Candido” e della saga “Mondo Piccolo” con il duo Don Camillo/Peppone. Il prete e il sindaco comunista si confrontano in un diuturno braccio di ferro, stemperato però dalla comune appartenenza al “terroir” bassaiolo, allo stesso ceppo rurale, alle stesse tradizioni. Forse oggi definiremmo Guareschi un autore “identitario”. Perchè senza lo scenario della Bassa, della terra la cui proverbiale e perfino lessicale piattezza è alterata solo dall’argine del Po, si rischia di de-contestualizzare lo scrittore, narratore della pianura e non immune dall’antica suggestione della “parmigianità” ducale, finendo con schiacciarlo sulla banalizzazione umoristico-ideologica. Il “mondo piccolo” di Guareschi ha un perimetro preciso, è la parte più settentrionale della provincia parmense e i film vennero ambientati poco lontano, a Brescello e a Boretto “sconfinando” per alcuni chilometri nel reggiano.

Sulla relazione Don Camillo/Peppone si è scritto abbastanza, con esiti di alterna qualità. Si sono ipotizzate, per esempio, l’ipotesi di un “compromesso storico” ante-litteram o una simpatia “conciliare”, anch’essa ante-litteram, che francamente erano quanto di più lontano da quello che Guareschi pensava, sentiva, scriveva. Julien Duvivier, il regista francese al quale si deve la gran parte della cinematografia sul prete e sul sindaco della Bassa, lavorando con Fernandel e con Gino Cervi, tirò a sdrammatizzare le tensioni politico-sociali, orientandosi chiaramente verso la tonalità comica, non gradita a Guareschi, che non ci teneva a essere rubricato nel filone tarallucci & vino. Ma quella coppia e quella versione addolcita ebbero uno straordinario successo.

Il

carcere (non volle andare in appello), la rottura con Rizzoli, un’Italia nella quale si riconosceva sempre meno non gli allietarono gli ultimi anni. Radicalizzò le opinioni politiche. Alla morte la bara venne avvolta nel tricolore: con lo stemma sabaudo. —



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