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I primi cent’anni di Trieste italiana scritti nel cemento amato o contestato

Apre oggi a Palazzo Gopcevich la mostra di splendide foto sul cambiamento della città: edifici, infrastrutture, sport

MASSIMO GRECO

La storia della città “italiana”. La storia della fotografia triestina durante i cento anni che dal 1918 arrivano ai giorni nostri e che coincidono con Trieste “italiana”. L’idea è venuta a un giovane studioso di storia, Andrea Vezzà, che, con il supporto di Claudia Colecchia e di Marino Ierman, l’ha realizzata nella sala dedicata ad Attilio Selva a palazzo Gopcevich: stamane alle 11 l’inaugurazione della mostra, intitolata “Il secolo italiano 1918-2018. Com’è cambiata la città a cent’anni dalla fine della Prima guerra mondiale”.

Nelle tre sale, che compongono lo spazio espositivo, scorrono cinquanta immagini che narrano, con il semplice ausilio delle didascalie e con deliberata acribia cronistica, l’impegno, i progetti, gli investimenti con cui l’Italia ha fatto in modo che Trieste - come una volta ebbe a dire un autorevole esponente democristiano come Nino Andreatta - non fosse per Roma soltanto «un debito d’onore».



Nella foto più antica, risalente al 1927, c’è un Faro della Vittoria ancora avvolto dalle impalcature, mentre la più recente datata 2008 coglie il completamento della Grande viabilità, con Cattinara in primo piano. Ci sono la Trieste fascista, la Trieste sotto il Governo militare alleato, la Trieste democristiana e listaiola, la Trieste illyana e dipiazzista.

«Abbiamo voluto - racconta Vezzà - che a parlare fosse soprattutto il cemento. Edifici e infrastrutture, con i quali la città ha un rapporto forte, quotidiano, costante. Non necessariamente gradevole: le foto ritraggono anche costruzioni che hanno fatto e fanno discutere. Perchè non era nelle nostre intenzioni una rassegna celebrativa, l’obiettivo è un lavoro documentario che serva da itinerario storico, rappresentativo del capitolo “italiano” della biografia urbana».

Certo, parla il cemento. Monumenti, interventi urbanistici, ospedali, impianti sportivi, strutture educative, banchine portuali, snodi viari, edilizia popolare: ma il cemento si esprime attraverso gli scatti effettuati da alcune delle migliori griffe della foto triestina. Claudia Colecchia, alla quale si deve l’energico impulso impresso in questi ultimi anni alla Fototeca comunale, ricorda i protagonisti della mostra: Pietro Opiglia, Carlo Wernigg, Adriano de Rota, Ugo Borsatti, Ernesto Mioni, Ferdinando Ceretti, Marino Ierman, Gabriele Crozzoli. Le agenzie come Giornalfoto e Italfoto, inaugurata quest’ultima da Erna Rausnitz e giunta alla terza generazione di attività. E anche dilettanti talentuosi, come quelli donati dalla famiglia Barduzzi, premiati da Vezzà e dalla Colecchia con la loro “prima”.



Al fine di conferire maggiore comprensibilità all’esposizione, Vezzà ha optato per un allestimento tematico e non cronologico. Se si inizia la visita dalla stanza vista-canale, ci imbatteremo allora in una selezione di opere pubbliche: sfilano la Stazione Marittima, l’Idroscalo (ecco una delle inedite del fondo Barduzzi), il Mercato coperto disegnato da Camillo Iona ... Eppoi i condomini di viale Campi Elisi, la mutua al Farneto, Melara (a proposito delle realizzazioni dibattute), gli ospedali Sartorio e Cattinara, la Fiera.

Nella stanza centrale la “città nuova”, pensata negli anni Trenta, non ci sono più il neoclassico e il liberty caratteristici dell’ancien régime asburgico, spazio al razionalismo: campeggia una grande immagine che riprende l’area dell’allora piazza Malta (ora Riborgo), con l’edificio delle Generali e il “grattacielo” di via Donota.

Il terzo riparto raccoglie scuola, formazione, la città della ricerca con Università, Area, Sincrotrone. Ma anche la città del tempo libero, con gli stadi, l’ippodromo (gremito) e i topolini barcolani.

A guardarsi la mostra in anteprima c’è l’assessore all’Educazione Angela Brandi, che ha cooperato con il collega

Giorgio Rossi alla programmazione delle iniziative per il Centenario della fine della Grande guerra, di cui il lavoro di Vezzà rappresenta un capitolo importante. «Credo si possa dire che l’Italia per Trieste - commenta con un filo di ironia - non sia stata matrigna». —



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