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L’arma dell’alcol fa strage di selvaggi e nei conventi se ne beve a litri

In “Sbornie sacre, sbornie profane” Claudio Ferlin compie un excursus sull’uso e abuso etilico, dalle conquiste coloniali

ROBERTO BERTINETTI

Un cronista spagnolo arrivato in America Latina al seguito dei conquistatori così descrive una abitudine dei messicani che lo colpì in maniera particolare: “Non credo vi sia al mondo nessuna nazione che si ubriaca tanto, poiché non bevono solo per dare soddisfazione al gusto e alla sete. Quando ormai non possono più di bere mettono le dita in bocca e rigettano quanto bevuto per tornare a bere fino a quando, d’un tratto, cadono”. Gli uomini che avevano attraversato il mare alla ricerca di terre da sottomettere non tardarono certo a capire che la diffusione dei distillati ad alta gradazione costituiva un’eccellente strategia per sottomettere i nativi.

Grazie all’alcol Madrid e Lisbona si assicurarono il controllo del commercio di spezie, argento e oro. Il legame tra ubriachezza e “popoli selvaggi” costituiva, inoltre, una prova inconfutabile della loro naturale malvagità. Lo sottolinea Claudio Ferlan, autore di “Sbornie sacre, sbornie profane” (Il Mulino, 169 pagine, 15 euro), eccellente saggio sulla storia degli eccessi alcolici e sulle conseguenze che il consumo sfrenato ebbe su alcuni popoli.



Il nesso tra ebbrezza e abitudini peccaminose fu anche utilizzato senza risparmio dai vertici ecclesiastici cattolici dopo la riforma luterana per mettere sotto accusa tutti i seguaci del monaco tedesco. Lo stesso Lutero venne ripetutamente raffigurato dai suoi avversari romani come un compulsivo bevitore di birra con la pancia a forma di botte. Il riformatore, dal canto suo, non negò mai questa passione anche se nei celebri “Discorsi a tavola”, raccolti dai suoi commensali tra il 1531 e il 1544, rifiuta le regole imposte dalla Chiesa di Roma, mostrandosi assai indulgente nei confronti del bere e pronto a esibire senza risparmio le proprie doti di resistenza. Gli studiosi hanno poi stabilito che un’opzione decisa per l’astinenza dal vino (o dalla carne) sarebbe stata certo una cosa buona e giusta in linea di principio ma, realisticamente, pareva difficile se non impossibile chiedere tanto ai monaci del tempo. Meglio accontentarsi di un consumo moderato, specie alla luce dei documenti che provano un consumo quotidiano medio di almeno quattro litri di vino di ogni buon benedettino tra il Trecento e il Seicento. Certo, la gradazione non era quella a cui siamo abituati oggi, ma rimane in ogni caso una quantità smodata.



Di avviso diverso si mostrarono i partecipanti al Concilio di Trento, che nelle norme relative al digiuno quaresimale stabilirono che per un religioso soffrire la sete durante questi periodi avrebbe rappresentato un gravissimo pericolo per la sua integrità morale perché metteva a rischio la salute del corpo e dell’anima. Nonostante la sua esibita tolleranza nei confronti del vino o della birra, anche Lutero ripetutamente si scagliò contro chi, ubriaco, provocava disordini nelle taverne contravvenendo ai precetti divini, dando scandalo agli occhi degli stranieri in viaggio in Germania. I tedeschi godevano di pessima fama nell’intero continente e i frequenti disordini provocati da ubriachi la alimentavano. Secondo il riformatore se la punizione divina o quella prevista dalla legge non sortivano effetti dovevano porvi rimedio i magistrati locali. In altre parole, quando la libertà del singolo appariva in contrasto con gli interessi pubblici anche Lutero criticava gli atteggiamenti scomposti causati dall’ebbrezza alcolica.

Ci fu ancora l’ubriachezza all’origine del massacro di Wounded Knee che nel dicembre 1890 pose fine negli Stati Uniti alle guerre contro gli indiani.



Gran parte dei soldati del generale Custer, scrive Ferlan in chiusura del volume, prima di scendere in battaglia si erano lasciati tentare dal whisky e avevano deciso tra loro, nonostante gli ordini ricevuti, di rispondere con il fuoco al minimo gesto di resistenza dei nativi inermi. L’ultimo episodio del conflitto in atto tra i Sioux e il Settimo Cavalleggeri si

risolse così in un terribile bagno di sangue alimentato dall’alcol. Con un bilancio raccapricciante: in pochissimi minuti persero la vita almeno centocinquanta tra donne e bambini, inseguiti e freddati sino a qualche chilometro di distanza dal loro accampamento. —





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