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Giacomo Scotti racconta nel suo ultimo libro la vita, l’opera letteraria e l’impegno politico della maestra nativa di Albona che si adoperò a Muggia e a Trieste per i figli dei più poveri 

Giuseppina Martinuzzi la donna rossa istriana che insegnava nei ghetti

PIER LUIGI SABATTIGiuseppina Martinuzzi, ovvero “La prima donna rossa istriana”. S’intitola così il libro uscito per i tipi di Vita Activa Edizioni di Trieste (330 pagine, 16 euro) in cui vengono...

PIER LUIGI SABATTI

Giuseppina Martinuzzi, ovvero “La prima donna rossa istriana”. S’intitola così il libro uscito per i tipi di Vita Activa Edizioni di Trieste (330 pagine, 16 euro) in cui vengono riportate vita, opera politica e letteraria della scrittrice e poetessa di Albona. L’autore è Giacomo Scotti, giornalista, traduttore e prolifico scrittore, impegnato da anni negli scambi culturali tra Italia e Balcani.

Il personaggio che Scotti ripropone con perfetto tempismo, viste le nubi nere che oscurano l’Europa, è veramente singolare per la sua epoca e anche per il luogo da dove proviene, l’aristocratica cittadina di Albona arrampicata sui colli dell’entroterra istriano, dove Giuseppina nasce nel 1844 da una agiata famiglia borghese. Educata in casa dal padre, che era stato più volte Podestà, e attingendo alla copiosa biblioteca famigliare, Giuseppina decide di diventare insegnante. Dimostra subito un carattere indipendente: vuole lavorare, non metter su una bella famiglia con qualche possidente della zona, non le interessa una tranquilla vita borghese, vuole, e ottiene, un diploma di maestra per le scuole popolari di secondo grado e il 28 novembre 1873 insegna alla scuola femminile popolare di Gallesano, dopo esser stata supplente nella sua città. Nel 1875 ottiene l’incarico a Muggia e nel 1877 viene trasferita a Trieste, dove lavora nella scuola della Fondazione Morpurgo per i figli degli operai dell’Arsenale del Lloyd; nel 1881 passa alla scuola della zona di via del Lazzaretto Vecchio, nel 1889 in Barriera vecchia, infine, nel 1895 in Cittavecchia, «sempre tra i poveri, sempre nei ghetti proletari», sottolinea Scotti.



È difficile oggi immaginare quelle zone come popolari e povere, ma non dimentichiamo che stavano a ridosso degli arsenali e dell’area portuale. I rioni borghesi iniziavano più in là nel Borgo Giuseppino, nel Borgo Teresiano e sulle più salubri colline che circondano la città.

Giuseppina Martinuzzi ha a cuore la sorte degli ultimi per i quali si batte da una posizione particolare: milita nel partito liberal nazionale, dove la porta l’estrazione sociale, il profondo attaccamento alla cultura italiana e, soprattutto l’influenza del massimo leader del nazionalismo italiano in Istria, Tommaso Luciano, albonese, amico di famiglia. Non dimentichiamo che l’irredentismo più acceso nasce in Istria, legata alla sua tradizione veneziana, e poi si trasmette a Trieste, che nel fatale ’48, primavera dei popoli, era stata fedelissima agli Asburgo: il barone Revoltella era andato insieme al Kandler a Innsbruck a portare l’attestazione di fedeltà della città a Ferdinando I, fuggito da Vienna. Trieste si meriterà così il titolo di «città immediata dell’Impero».



Torniamo alla Martinuzzi, che, fortemente influenzata dagli ideali mazziniani e dallo spirito garibaldino, si cimenta in volumi didattici perché è convinta che solo l’istruzione può emancipare il proletariato. ll primo volume è il Manuale mnemonico (1866) nel quale raccoglie nozioni fondamentali di Logica, Grammatica, Forma degli scritti, Lingue umane, Ripartizioni dei popoli della terra, Geografia fisica dell’Europa, Zoologia, Filologia, Mineralogia e Divina Commedia. Una summa, bocciata dal ministero dell’Istruzione austriaco perché «poco patriottica per l’Impero e poco religiosa».



Giuseppina Martinuzzi continua la sua battaglia per i più deboli ma capisce che il partito in cui milita non la segue e finisce tra le braccia dei socialisti: la conversione avviene a 52 anni, alla fine del XIX secolo. La maestra, “prodigio di ordine e di pazienza”, smette di frequentare i salotti buoni di Trieste o, forse, non viene più invitata, e comincia un’intensissima attività in prima fila, senza compromessi, contro lo sciovinismo per l’uguaglianza nazionale, e contro un sistema economico–sociale «contrario ai diritti di natura ed al libero umano svolgimento della civiltà» come scrive lei stessa, «contro il privilegio, contro lo sfruttamento, contro tutte le ingiustizie socialI».



È instancabile: comizi, conferenze, articoli, saggi, racconti, poesie e un’altrettanto intensa corrispondenza con scrittori e giornalisti socialisti o democratici o con i liberi pensatori quali Mario Rapisardi, Etbin Kristan, Amilcare Cipriani, Filippo Zamboni, Oreste Baratieri, Donìmenico Mielli, Elda Gianelli, Lajos Domonkos.

Come si può dedurre dai suoi interlocutori e come sottolineano Roberto Curci e Gabriella Ziani nel fondamentale “Bianco rosa e verde - scrittrici a Trieste fra ‘800 e ‘900” (Edizioni Lint, 1993): tra le “donne educatrici” della nostra città, la Martinuzzi fu «la sola che abbia lucidamente intuito l’obiettivo della propria missione didattica e per esso si sia prodigata con ogni energia: “istruire i figli del popolo”, essere “forza attiva del sociale incivilimento”.



Il che in una terra e in una città delle fisionomie complesse quali l’Istria e Trieste, poteva significare soltanto questo: l’elevamento culturale e politico sia degli italiani sia degli slavi, il loro inserimento «nel movimento operaio come difesa contro lo sfruttamento e l’oppressione della fratellanza tra i popoli, l’emancipazione delle donne nell’ambito della redenzione del proletariato, la difesa dei fanciulli da ogni forma di sfruttamento».

Parole inaudite, scritte poco prima dello scoppio della Grande Guerra, in un’atmosfera avvelenata dai nazionalismi. Lei, di famiglia borghese e italiana, si batte per il riscatto della gente slava “povero popolo disprezzato, che da dodici secoli ti vìcurvi sulla gleba istriana”, parole che fecero rabbrividire i benpensanti della nostra città e ancor oggi, in alcuni ambienti, non sono accolte con favore.



Dopo la biografia, che si conclude con una Martinuzzi combattiva anche sul letto di morte, Giacomo Scotti presenta una selezione di opere dell’autrice tra le quali sono formidabili i racconti, autentici spaccati di vita cittadine della Trieste d’inizio XX secolo, segnalo “Tombola!” ma valgono tutti, anche sotto il profilo letterario per l’abilissimo uso del dialetto che la Martinuzzi fa per rendere l’atmosfera di quella Trieste, occultata dalla narrazione di un’Austria Felix. Meno coinvolgenti le poesie che Scotti dimostra di amare moltissimo.



Risentono troppo di “echi carducciani” che fanno perdere loro l’impeto della passione politica, che le permea e per le quali la Martinuzzi riceve i complimenti di De Amicis, anche se alcuni versi di quell’opus magnum che è “Ingiustizia” colpiscono: “Spalanca l’orribile / bocca vorace, trista la miniera, / di sotto al monte, vomita / dei minatori la falange nera.” E ancora: “Erano cinque laceri / fanciulli che gridavan – babbo mio! - / Era una scalza vedova / e su di loro del mondo alto l’oblio.” Da notare infine il parellellismo delle vite e delle scelte di Martinuzzi con il contemporaneo Angelo Vivante, anche lui borghese, anche lui irredentista pentito,

anche lui socialista e autore del profetico “Irredentismo Adriatico”, che dopo decenni di damnatio memoriae viene riscoperto, chi volesse saperne di più si legga “Angelo Vivante e il tramonto della regione”, curato da Luca Zorzenon edito dal Centro studi Scipio Slataper. —



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