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Tex, il ranger che salvò l’Italia

Elizabeth Leake analizza la nascita settant’anni fa del famoso personaggio

Ha settant’anni ma non li dimostra. Tex Willer, uno dei più longevi e conosciuti personaggi a fumetti italiani di sempre, dal 1948, anno della sua nascita, continua a sparacchiare e a mandare all’inferno i cattivi come se fosse appena uscito dalla penna di Giovanni Luigi Bonelli e dalle matite di Aurelio Galeppini. Sul segreto di tanto successo sono stati scritti oltre una ventina di saggi, ma la portata del fenomeno ultra-pop rimane in parte sfuggente, come se gli ingredienti alchemici del suo mito fossero riposti in chissà quali segreti della psiche delle italiche genti (e non solo italiche). Oltre a centinaia di agguati, ferite e torture, l’immarcescibile ranger è passato indenne attraverso il boom economico del dopoguerra, il Sessantotto, gli anni di piombo, la prima e seconda repubblica, la fine degli spaghetti-western, l’avvento di internet...insomma tutti i mutamenti sociali, politici e culturali di oltre mezzo secolo non lo hanno nemmeno sfiorato. Eppure è proprio negli anni dell’immediato dopoguerra che Tex Willer affonda la sue solidi radici, anzi i suoi stivali: «In un’era di violenza che si moltiplica e globalizza, un fumetto nato dalle ceneri di una cocente disfatta in guerra, un passato dittatoriale e un presente incerto, che offriva letteralmente (e anche visivamente) nuovi orizzonti a un’Italia disorientata, continua forse a esercitare una forza d’attrazione, a rappresentare un rifugio e un conforto».

È questa la conclusione cui giunge Elizabeth Leake, doente di italianistica alla Columbia University di New York, nel suo saggio “Tex Willer - Un cowboy nell’Italia del dopoguerra” (Il Mulino, pagg. 171, Euro 14,00). Analizzando in particolare le strisce che vanno dal 1948 al 1967, l’autrice delinea tratti e caratteri della società italiana del dopoguerra osservando in filigrana i paesaggi della frontiera americana e le avventure dello spericolato ranger. Se le influenze culturali, in particolare cinematografiche, sono evidenti (dal neorealismo al più classico western americano), più sottili e sfumate sono le attinenze quando si considerano il mondo degli affetti, le forme dell’epica e la memoria, per citare alcuni capitoli del libro. È qui che Elizabeth Leake identifica un «prontuario esistenziale per l’Italia del dopoguerra». Sì, perché Tex è un eroe bifocale: non è certo un boyscout, anzi «bara a carte, è irresponsabile nei confronti dell’ecosistema (si veda la sua inclinazione ad appiccare fuochi nella foresta), non si fa scrupoli a ricorrere a inganni e risolve molti suoi problemi offrendo un giro di bevute al bar». Eppure, proprio perché il personaggio abita «un mondo in cui la forza fisica e la mascolinità sono ideali che servono a trascendere questioni di identità politica e sociale storicamente controverse», Tex offre «una visione rassicurante per un’Italia che si era ritrovata completamente spaccata lungo tali linee di distinzioni solo una manciata di anni prima». E visto che «il razzismo, la guerra civile, un rapporto intrinsecamente ostile con l’altro», sono «elementi costitutivi del mondo di Tex», la violenza si fa sempre politica. E «sebbene il binomio violenza/politica sarebbe tornato di moda negli anni Settanta», quando Tex vede i natali «era già valido per descrivere l’esperienza della guerra e dell’immediato dopoguerra». In poche parole il ranger dai modi spicci, che non è mai stato con una donna a parte la moglie Lilyth presto morta e tolta di mezzo, che non brilla per autoironia, che chiama il suo migliore amico “vecchio cammello”, che ha una visione della giustizia molto personale e indirizzata alle vie brevi, era un toccasana e una guida per tanti italiani usciti con le ossa rotte da vent’anni di dittatura, una sconfitta, un guerra civile e un Paese a pezzi.

E oggi? In parte l’epopea, il mito, si è, più che adattato, plasmato sui mutamenti del tempo, senza timore di apparire incongruo o fuori moda. E se settant’anni fa il capo bianco dei Navajo «rassicurava i suoi lettori sul fatto che esistesse davvero un eroismo italiano», in tutta evidenza «il suo messaggio è sopravvissuto fino ai nostri giorni».

Anzi oggi forse più di ieri sentiamo il

bisogno di un ranger tutto d’un pezzo che ci ripeta una delle sue frasi più celebri: «Vi sono indiani buoni e vi sono, naturalmente, anche indiani cattivi. Ma se voi li tratterete come i vostri pari, e non come selvaggi, non avrete mai a pentirvene».

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