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“L’affido” distrugge i sentimenti

Firmato da Xavier Legrand è un film controllato ed essenziale sulla violenza

È arrivato come ultimo titolo in concorso alla Mostra di Venezia, “L’affido – Una storia di violenza” (“Jusqu’à la garde” il titolo originale), unico film in competizione firmato da un esordiente. Ma Xavier Legrand, classe’79, al suo primo lungometraggio, è un nome che ha subito conquistato, e non solo i selezionatori. Non soltanto perché è riuscito a strappare due premi, Leone d’Argento per la miglior regia e Leone del Futuro, che pongono solidissime basi alla prosecuzione della sua carriera. Ma anche perché si tratta di un debutto che quasi sorprende nel suo proporre un tipo di cinema di estremo rigore e misura, diretto e osservativo.

Controllatissimo, essenziale, di precisione chirurgica. E dove, con sguardo quasi da entomologo, l’autore spoglia di ogni empatia o emozione proprio uno dei temi più sentiti, aberranti e drammaticamente all’ordine del giorno come la violenza all’interno della famiglia.

La sceneggiatura, firmata sempre da Legrand, è semplice, quasi esile. Si apre gettando lo spettatore quasi allo sbaraglio, nel mezzo di un’udienza di tribunale dove Myriam (l’ottima Léa Drucker) cerca di ottenere l’affido esclusivo del figlio undicenne Julien (Thomas Gioria). Accuse iniziano a pendere su Antoine (Denis Ménochet), padre di Julien da cui Myriam si è allontanata.

Anche se gli avvocati delle diverse parti discutono civilmente il senso che ce ne fa ricavare l’autore è di smarrimento: sono pochi e freddi minuti in cui si decidono i destini di due minori. Perché in ballo c’è anche il futuro dell’altra figlia, la 17enne Joséphine, che di tornare a vedere “quello” non ha la benché minima intenzione. Ma Legrand non vuole affrontare il tema come una vicenda di attualità. È infatti questa l’unica scena verbalmente significativa: da quel momento in poi, infatti, è come se il regista e sceneggiatore spegnesse l’audio e silenziasse la narrazione, creando un effetto straniante per iniziare a raccontare la deriva.

Il giudice assegnato al caso decide infatti per l’affido congiunto e Julien diventa gradualmente ostaggio di un padre che si rileva man mano tanto indifferente verso di lui quanto geloso e irascibile nei confronti dell’ex compagna. I loro tristi appuntamenti sono così mirati, da parte di Antoine, a carpire notizie o agganci per riavvicinare la madre, montando in lui l’idea ossessiva che abbia un altro compagno; nel ragazzino scatterà così l’istinto di proteggere la madre dalla violenza psicologia e fisica dell’ex coniuge.

Senza musica di sottofondo ma con i soli rumori del mondo circostante il film evoca, a tratti, addirittura la forma documentaria.

Ma se “L’affido” si pone cinematograficamente nei territori del realismo sociale à la Dardenne, il dramma sociale si fa vero e proprio thriller con la tensione che Legrand inietta nell’escalation di violenza, prima sottile poi sempre più manifesta, con scene che s’imprimono nella memoria.

Come i labirintici percorsi nel furgoncino bianco, angosciante teatro di una tragedia che si sta delineando: con la presenza paterna che si fa invadente e minacciosa e sempre più viola lo spazio Legrand riesce a raccontare la deriva ossessiva meglio di un trattato. In questo senso colpisce la frase che

Antoine urla verso la fine.

Non un “Lasciatemi”, ma un semplice “È mia moglie! ”. A riaffermare, ancora una volta, anche in extremis e senza più via di scampo, il senso del possesso e di dominio su chi ritiene essere sua esclusiva proprietà.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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