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La scienza cresce con i sentimenti

Nuovo saggio del neurologo Antonio Damasio

I sentimenti. Questa strana parola che ha la pretesa di esprimere uno stato emotivo. Ma quanto sono importanti i sentimenti per il nostro benessere? Soprattutto con cosa sono connessi? Più con il corpo o con la mente? E quanto hanno contribuito a ciò che chiamiamo cultura? Antonio Damasio se lo chiede nell’ultimo saggio “Lo strano ordine delle cose. La vita, i sentimenti e la creazione delle culture” (Adelphi, pag. 352, euro 29,00) che sarà presentato in anteprima nazionale in occasione del Premio Hemingway, a Lignano Sabbiadoro. Il neuroscienziato e psicologo riceverà il celebre riconoscimento per la sezione “L’Avventura del pensiero” e presenterà quest’opera appena uscita in libreria il 22 giugno alle 21 al Kursaal, in dialogo con il giornalista Marco Filoni.

Il concetto a cui ruota intorno l’autore è quello di “omeostasi”, ovvero quello stato di stabilità, sia fisica che comportamentale, che inseguono tutti gli organismi viventi. Ciò che Damasio mette in evidenza, è quanta poca importanza si sia data ai sentimenti anche per ciò che riguarda il progresso delle arti e della scienza, affidando il risultato dell’evoluzione più a fenomeni quali la socialità, il linguaggio, la conoscenza e la ragione: «Ma i sentimenti intervengono per motivarli e rimangono presenti per verificare i risultati – dice l’autore –. L’attività culturale prende avvio e resta profondamente connessa con i sentimenti. L’interrelazione, positiva o meno che sia, fra sentimento e ragione deve essere acquisita per certa se vogliamo comprendere i conflitti e le contraddizioni della condizione umana».

Lei mette in connessione la parola cultura con la parola sentimenti, non sta parlando esclusivamente di arte, ma di conoscenza. Insomma non tutto è così razionale?

«Quello che voglio dire è che i sentimenti e la ragione si fondono tra loro. I sentimenti erano già razionali, e continuano a esserlo, dal punto di vista della natura, prima ancora che gli umani inventassero ciò che oggi chiamiamo ragione».

Scrive che osservando i comportamenti di alcuni animali o forme di vita ancora più elementari come i batteri, talvolta le risposte culturali sembrano simili. Qual è dunque lo scarto rispetto alla cultura umana?

«Le culture sono modi intelligenti di aiutare gli obiettivi della vita, quegli obiettivi che vengono espressi come sentimenti. Le culture umane beneficiano delle grandi quantità di conoscenza che abbiamo accumulato nei nostri ricordi personali e in tutti quegli archivi che abbiamo creato storicamente, come i libri, le biblioteche e internet».

Potremmo dire ispirandoci a Dawkins, che il gene egoista pretende individui “sentimentali”? È questa la moderna omeostasi?

«Sì, i sistemi genetici umani sono necessari alla nascita dei sentimenti come mezzo per raggiungere l’omeostasi. Oggi ai sentimenti non viene attribuita l’importanza che effettivamente hanno quali ispiratori, supervisori e mediatori dell’impresa culturale. Pensiamo alla medicina, una delle nostre imprese culturali più ragguardevoli. In essa, la combinazione di tecnologia e scienza è cominciata come risposta alla sofferenza e al dolore. La medicina non ebbe inizio come uno svago intellettuale, ma nacque come conseguenza di sentimenti ben precisi dei pazienti e dei primi medici».

Lei chiarisce molto bene quanto coscienza e sentimenti siano il prodotto dell’interazione mente e corpo. Oggi che il mondo si sta virtualizzando e il corpo pare sempre più un’astrazione, secondo lei quale potrà essere l’omeostasi ideale?

«È una domanda che richiama l’attenzione su

un problema reale: i sistemi virtuali, per come sono concepiti al momento attuale, non hanno sentimenti. Non hanno bisogno dell’omeostasi in senso proprio. Ed è questo il motivo per cui non assomigliano agli umani e sono potenzialmente problematici».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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