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Lezioni americane di Gillo Dorfles

Nell’opera postuma gli incontri con artisti e architetti

Il viaggio e la conoscenza delle lingue sono state per Gillo Dorfles, grande critico, filosofo dell’Estetica e pittore di origine triestina, un supporto fondamentale alla sua attività di studio, speculativa e artistica. Da poco svisceverato nel volume “Paesaggi e personaggi”, uscito da Bompiani lo scorso anno quando lui era ancora in vita (a cura di Enrico Rotelli, introduzione di Aldo Colonetti), tale argomento viene ora affrontato, con esclusivo riferimento agli Stati Uniti, nel libro "La mia America", uscito postumo per i tipi di Skira (pgg. 296, euro 21,25). Curato da Luigi Sansone, ci racconta il clima artistico e architettonico negli Usa in un periodo del secondo dopoguerra molto fertile di idee e avanguardie, che la grande collezionista americana Peggy Guggenheim aveva già in parte traghettato in Italia, presentando, tra gli altri, i lavori dei più importanti protagonisti dell’Espressionismo Astratto americano nella storica Biennale d’arte veneziana del ’48, esattamente settant’anni fa. E che oggi una mostra nel museo allestito a Ca’ Venier dei Leoni, nel palazzo tronco dove Peggy abitò, rievoca con compiutezza.

Oltreoceano Dorfles incontrò personalità di primo piano come i più noti studiosi di problemi estetici e critici d'arte, tra i quali Thomas Munro, Clement Greenberg, James Sweeney, ma soprattutto Alfred Barr, il primo direttore del Museum of Modern Art di New York, già da decenni autorità indiscussa dell’arte negli Usa, colui che aveva insegnato veramente tale disciplina al grande gallerista Leo Castelli, anch’egli per altro di origine triestina. E poi Rudolf Arnheim, un grande della psicologia sperimentale applicata all’arte e al cinema e il designer, pittore e teorico ungherese György Kepes. In una cornice d’intensi scambi culturali tra Italia e America, nel cui ambito anche molti nostri artisti dell’avanguardia si recarono in contemporanea a Dorfles in America.

La prima tappa per lo studioso triestino fu nel 1953 a Washington, assegnatario di una borsa speciale (travel grant) del governo americano, dedicata a un particolare programma di scambi di personalità della cultura, del mondo accademico e della politica. Che in realtà era iniziato poco prima con un ciclo di conferenze di Dorfles a Londra e poco dopo si sarebbe esplicitato nella condivisione con Munro di posizioni anticrociane.

Negli Usa il critico avrebbe incontrato anche alcuni tra i maggiori architetti della East e West Coast come Wright, van der Rohe, Kahn, Kiesler. Non solo, ma dai suoi soggiorni avrebbe tratto spunto per numerosi articoli sulla società, la pittura, l'architettura, il design e l'estetica americane, all'epoca pubblicati su "Domus", "Casabella", "Aut Aut", "La Lettura", "Metro" e in numerosi cataloghi. Contributi che, raccolti ora nel volume assieme ad altri scritti inediti, ci permettono di approfondire uno dei periodi più significativi e stimolanti della cultura statunitense, attraverso i racconti e le memorie, intatte fino alla fine, del grande critico d'arte, scomparso agli inizi dello scorso marzo, che al completamento de “La mia America” aveva lavorato fino all’ultimo.

Di grande interesse per la realizzazione del libro, oltre agli appunti e ai ricordi del critico,

sono state in particolare le lettere alla moglie Lalla Gallignani, raffinata pianista molto colta ed elegante, pupilla di Toscanini, che aveva lasciato la carriera per dedicarsi al marito, dalle quali scaturisce un’autentica miniera di notizie.

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