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LA MOSTRA 

Le sculture di carta di Akiyama in dialogo con le opere del Museo orientale

Da oggi l’arte contemporanea sbarca per la prima volta al Civico Museo d’Arte Orientale. E lo fa nel modo più consono, con la mostra “La nave di carta”, promossa dall’assessorato alla Cultura del...

Da oggi l’arte contemporanea sbarca per la prima volta al Civico Museo d’Arte Orientale. E lo fa nel modo più consono, con la mostra “La nave di carta”, promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune, che propone da oggi (inaugurazione alle 18) le originali opere di Nobushige Akiyama, raffinato artista giapponese, laureatosi in scultura a Tokyo, ma attivo da trent’anni in Italia «perché per l’arte è un paese unico con Canova, Michelangelo, Bernini…». Una mostra che coniuga elegantemente e in modo inconsueto la cultura giapponese del passato al presente, in un dialogo continuo tra le inedite innovazioni in carta dello scultore - una trentina di lavori diffusi in tutti i piani - e i contenuti del museo, frutto di donazioni d’importanti famiglie triestine, evidenziando opportunamente il concetto di Trieste quale “porta d’Oriente”.

«I punti di forza del museo sono opere di carta di grandi maestri giapponesi - afferma il conservatore Michela Messina - e ciò ha convinto la direttrice dei Civici Musei Laura Calini Fanfogna e me sull’opportunità di tale mostra». Dal suo paese Akiyama ha infatti traslato la tradizione del “costruire” la carta, approfondendo tecniche e materie prime tradizionali. Ed ecco la washi, fatta a mano soprattutto nella variante Kozo, ottenuta dal gelso, con cui l’artista modella il sogno. Perché sono tutte poetiche apparizioni le sue opere, sia le sculture luminose che le installazioni site specific, spesso impalpabili, che raccontano in modo sottilmente simbolico e allusivo la cerimonia del tè, ma anche “La forma dell’anima”, formula ricorrente in mostra e racchiusa in grandi fiale in cui la carta nuota nella cera gel. Un’altra installazione ti accoglie invece in una sorta di benefica grotta o grembo materno, rivestita di carta che scende dal soffitto, in sobrie stalattiti che sembrano di pizzo naturale. Al centro del mistero - perché Akiyama, gentilmente criptico, non porge chiavi di lettura - è posato un elemento sferico di marmo, guardato a vista da due grandi corpi cartacei rotondi simbolizzanti il buco bianco e il buco nero, presenti anche nel manga Doraemon.

Un sottile leit motiv anima però la rassegna, ideata da Apriti Sesamo, curatrice Stefania Severi, ed è la luce, che

traspare sobria dai “paraventi” di carta di una stanza color avorio che sembra nata per meditare, ma anche nelle sculture con l’anima di led che accolgono nella resina solidificata anime di carta, che escono dall’oggetto verso l’infinito.

Marianna Accerboni



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