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I fuochi fatui di Stefanato

L’artista ventiseienne predilige l’astratto: «Sono influenzato dai libri di biologia»

Nell'epoca dei selfie e dell'esibizionismo suggerito dai social network ci si aspetta dai giovani una disinvoltura davanti all'obiettivo o addirittura l'impazienza nel farsi immortalare. Alan Stefanato, un artista che a tutto titolo appartiene alla generazione 2.0 - la generazione cioè delle persone nate nell'era digitale - denuncia invece subito la sua allergia a lasciarsi fotografare: il più giovane tra gli artisti triestini incontrati in questa inchiesta si dimostra essere anche il più schivo, pronto semmai a nascondersi dietro le sue opere.

Lo studio del pittore ventiseienne è ricavato nella taverna della casa di famiglia a Muggia: dal 2009 quello spazio è diventato il suo angolo da lavoro. Sparito un grande tavolo in legno, al suo posto sono comparse mensole, cavalletti con le tele recenti mentre tutt'intorno altri cento pezzi sono riposti ordinatamente. «Le mie prime opere - racconta Stefanato - erano impulsive, sperimentavo forme e colori. Lo stile era decisamente figurativo e i miei personaggi, che fossero inventati o ripresi da vecchie foto trovate nei mercatini, avevano un taglio infantile: cercavo un effetto materico che raggiungevo con i colori acrilici su legno».

Quei quadri sono pieni di segni, pennellate di rosso che colano, mentre i lavori attuali, liberi dalla figura e dal segno, sembrano la visione indistinta che filtra dalle palpebre dietro agli occhi che si aprono ed evidenziano un approccio che si nutre di ricerca, quasi un percorso per conoscersi. «Nel realizzare il mio sito web - continua l'artista - ho fatto una carrellata della mia produzione di questi anni: oggi tratto l'astratto che per me è una conseguenza delle domande che mi pongo sulla pittura, non una scelta. Nelle tele adesso inseguo un effetto sfumato, opaco, tirando il colore voglio nascondere i segni quanto più è possibile».

Ecco allora il ciclo dei fuochi fatui, degli sbagli che diventano un punto di partenza, come un volto riuscito male su cui Stefanato insiste con movimenti del pennello che creano spirali di colore fino a completare l'opera nell'arco di qualche ora: «Sono molto influenzato dai libri di biologia come "Crescita e forma" di Thomson D'Arcy e dal mondo della natura: la cellula, il corno, le piante mi insegnano molto. Fin da piccolo amavo disegnare gli animali e guardavo estasiato i documentari. Oggi su Instagram e Facebook seguo le pagine che trattano le danze di accoppiamento: scene che gli animali eseguono per istinto proprio come d'istinto si muove la mia pittura astratta».

Per maestra la natura, perché Stefanato si definisce un autodidatta. All'Istituto d'arte dipingeva anche nelle ore di lezione delle altre materie, poi frequenta lo studio di David Dalla Venezia da cui apprende l'antica tecnica di pittura a tre colori (rosso di cadmio, ocra e blu), l'uso di una miscela a base di trementina, lino, mastice o vernice Damar che fa in modo che il colore secchi prima, ma anche il metodo di lavoro e l'ordine nel tenere pennelli e strumenti. «La mia prima mostra l'ho fatta nello spazio Bra11 quando avevo diciotto anni: ero euforico perché la scuola era occupata e già prima dell'inaugurazione avevo venduto tutti i quadri. Allora ho cominciato a prendere seriamente la pittura, mentre fino a quel momento avrei voluto dedicarmi ai fumetti». All'Istituto d'arte s'intreccia l'amicizia con un altro artista, Delphi Morpurgo, insieme al quale Stefanato espone nella galleria di Paolo Ferluga “Check Point Paint”: «Di Morpurgo mi piace il gusto poetico, raffinato e molto personale e la cromaticità che ha acquisito utilizzando le spatole. Anche con Leone Kervischer ho un bel rapporto fatto di confronti e scambio di opinioni».

I tre giovani artisti hanno esposto insieme, di recente, al teatro Miela alla rassegna “SatieRose”, ispirata al poliedrico musicista francese: Stefanato ha proposto tre quadri del ciclo “Materie grigie” in cui, per la prima volta, abbandona il colore per concentrarsi sulla forma e sul pensiero perché «il bianco e nero svela valori più intimi mentre il colore distrae». Da qualche tempo il suo lavoro gioca anche sull'assenza del colore o su scelte monocromatiche per ottenere un effetto introspettivo da terza dimensione. Queste ultime tele, che Stefanato vorrebbe arrivassero a misurare due metri per due metri (ma per ora non ha abbastanza spazio), a Trieste sono state apprezzate meno: «Piacciono molto, invece, su Instagram e Facebook, canali che uso per avere uno scambio e condividere ciò che faccio. Vivendo a Muggia mi sento un po' isolato e il confronto allora viaggia sui social: così capita anche di venir selezionato per una mostra in paesi lontani». Ad agosto, intanto, Stefanato esporrà insieme a Kervischer e Morpurgo a Strobl in Austria in una casa-museo, per una mostra dedicata a Maria Teresa d'Asburgo, col pensiero rivolto a Bologna e a Torino, due città che conosce e apprezza per la dinamicità. «A Trieste si sta bene ma questo ti frega, bisognerebbe andarsene perché Trieste è come se non fosse

in Italia e la sua vita artistica nasce e muore qui. Il contemporaneo non ha pubblico e poi non c'è un'accademia né un Dams e non si riesce nemmeno a educare il pubblico». È sera e lo studio, pieno di conchiglie usate per mescolare i colori, si riempie di note di musica elettronica.

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