Quotidiani locali

Addio a Roth, il gigante tradito dal Nobel

Il grande scrittore, voce dissacrante d’America, è morto a 85 anni. Con “Pastorale americana” vinse il premio Pulitzer

E così alla fine la morte, che lui temeva in modo accecante, è venuta a prendersi anche Philip Roth. A 85 anni. La scomparsa, la sparizione, il dissolversi: Roth, creatore di parole e mondi, ne era così ossessionato da dedicargli molte pagine dei suoi ultimi libri. In fondo è stato fortunato: non se ne è andato via dopo lunghe e disturbanti malattie, come alcuni suoi personaggi. Un infarto, invece. Un meritato riguardo per un grande scrittore. D’altronde questo è il destino di tutta la carne, the way of all flesh: e Roth negli ultimi tempi rileggeva molto Samuel Butler. Se ne è andato contrariato, per certi versi.

Intorno al 2010, gli avevano fatto cortesemente sapere, da Stoccolma, gli accademici del Nobel, che lui non avrebbe mai, e ripeterono «mai», avuto il gran premio per la letteratura. Roth ci puntava, per concludere in bellezza una carriera notevole. Gli chiusero la porta in faccia. «Perché – spiegò un accademico svedese – l’America resta una provincia letteraria». Roth se la prese. A ragione. Dichiarò che avrebbe attaccato la penna al chiodo. Poi dettero il Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Ma com’è questa storia? Alcuni provinciali letterari, specie se con chitarra in mano, vanno bene a Stoccolma, allora?

In realtà, gli svedesi non mandavano giù un fatto preciso, nel lavoro di Roth. La centralità del sesso. Così dettagliata. Maniacale, a volte. E ora, la chiusura – temporanea o meno, non si sa – del Nobel per una serie di scoppiettanti scandali sessuali tra gli accademici sembra venir fuori dalle pagine di Philip Roth. È una sua comica vendetta.

Eppure l’abilità di Roth nel tessere storie dai mille sensi, divertentissime, era incontestabile. Fin dal suo primo romanzo importante, “Letting go” (Lasciar andare), scritto nel 1962, quando non aveva ancora trent’anni. Già in quel libro Roth dimostrava i suoi interessi narrativi, in gran parte autobiografici: il suo ragionare, con grande ironia, sull’America ebraica e protestante, in una società che non ha nulla a che fare con l’Europa, che non ha passato e crede solo nel domani. In cui la politica – e soprattutto la cultura – sono passatempi momentanei. In quella felice società americana che cammina sulle nuvole, la psicanalisi è come uno sport, una delle poche reti (a parte il dollaro) che tengono le persone insieme. Andare dall’analista per cambiare la mia vita, è ormai un modo di dire da gran tempo, negli Usa.

Negli anni ’60 Roth osservava tutto questo, senza partecipare direttamente ai movimenti che gli europei definivano «la nuova America». In fondo era un ragazzo ebreo nato in un sobborgo povero, figlio di lavoratori. Doveva farsi una posizione. Proprio sul lettino dell’analista nasceva il grande romanzo che gli dette la fama, nel 1969: “Portnoy’s complaint” (Il lamento di Portnoy). Era davvero il Grande Romanzo Americano che tutti vogliono scrivere. Alexander Portnoy è un manager di successo di origine ebraica che affoga il suo psicanalista in monologhi ossessivi sulle manie, sulla brama continua di donne, sesso, autoerotismo. Sul suo rapporto morboso con la madre e con le tradizioni ebraiche. In apparenza è una colonna della società, un uomo da invidiare. In realtà, è una turbina mai in pace alla continua ricerca di un modo per stare fermo. Per centrarsi. Portnoy viaggia per cercare di liberarsi da se stesso. O per trovare un nuovo se. Niente. Impossibile. Il libro era una risposta alle ansie dei giovani degli anni Sessanta, che cercavano una nuova pelle e un nuovo spirito. Ma a Roth fece molto bene e molto male.

La comunità ebraica lo bandisce. E non solo quella. Portnoy conduce Roth a tentare di scrivere romanzi che si allarghino dalla storia di un soggetto a quella di un’epoca, di gruppi. Nel 1971 dedica un romanzo a Richard Nixon: “Our Gang” (La nostra gang). Ma l’America, da questo punto di vista, offre eventi incredibili. Basta pensare al maccartismo, la versione Usa di certi processi staliniani, in cui la paranoia americana dissezionò e asportò una grande fetta della società - Chaplin tra i primi - colpevole di «comunismo» e «attività antiamericane». Con questa storia Roth arrivò, nel 1973, a “The great american novel” (Il grande romanzo americano). Un libro irresistibile, ambientato negli anni Quaranta. L’Europa rischia la distruzione, ma gli Usa hanno in mente tutt’altro. In quelle pagine infatti il baseball, il grande gioco nazionale, deve essere assolutamente depurato da pericolose scorie comuniste. E diventare fanfara del patriottismo.

Insieme a questo percorso lungo il romanzo storico-sociale, Roth ne apre altri legati a due alter ego: Nathan Zuckerman e David Kepesh. Gioca su molti tavoli. Confonde le acque. “The Professor of Desire” (Il professore di desiderio, 1977) è uno dei più bei libri del ciclo-Kepesh. Dedicato al debutto erotico del suo protagonista. “The ghost writer” (Lo scrittore fantasma, 1979) è invece il primo libro del ciclo-Zuckerman. Coglie il giovane scrittore in visita ad uno dei suoi sconosciuti maestri di narrativa, in mezzo alle montagne. E riserva molte sorprese.

Ma la passione narrativa di Roth che forse resterà di più è quella storica, sociale. «Devono passare almeno vent’anni prima che scriva di un fatto, di un’epoca», dichiarò. Nel 1998 licenzia un vero capolavoro, “American Pastoral” (Pastorale americana), che gli vale il premio Pulitzer. Ancora un romanzo-Zuckerman. Recentemente ne è stato fatto un ottimo film di e con Ewan McGregor. In un intreccio sapiente, Roth segue la storia di una famiglia ebraica immigrata, che ad arrivare alla ricchezza e all’affermazione. Sembra una famiglia felice. Fino a quando una delle figlie, fin da piccola ragazzina complessa, introversa, ipersensibile, diviene una terrorista. Nel 2004, infine, esce “The plot against America” (Il complotto contro l’America). Ora ne stanno facendo una serie tv, negli Usa. Roth ritorna di nuovo agli anni Quaranta, raccontando una storia che sarebbe davvero potuta succedere. Alle elezioni presidenziali, il famoso aviatore (realmente) filonazista e antisemita Charles Lindbergh vince. Trasformando gli Usa in un paese che guarda a Hitler con simpatia. Roth non inventava molto, Roosevelt – pressato ogni giorno da Churchill - faticò non poco per portare gli americani a guardare a Hitler con ostilità.

Quelle elezioni, nel romanzo, cambiano profondamente la storia. Roth ha continuato a scrivere, come in una battaglia. Raccontando l’America che nasconde tutto sotto il tappeto, il poliziotto del mondo, il grande Vendicatore universale. L'America che ha sempre ragione. Molti sarebbero ancora i suoi libri da ricordare, oltre 30. È stato, fino all’ultimo, persona di grande

modestia. In un’intervista di pochi anni fa dedicata al grande pubblico, il giornalista gli chiede qual è, in sostanza, l’argomento centrale di tutta la sua opera narrativa. Roth risponde: «La fica». Se la sta di sicuro ridendo, dovunque sia adesso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro