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Cannes, doppietta con Fonte e Rohrwacher

L’attore premiato per “Dogman”, “Lazzaro felice” miglior sceneggiatura. La Palma d’oro a “Shoplifters” del giapponese Kore-eda

CANNES. Vola in Giappone la Palma d’Oro della settantunesima edizione del Festival di Cannes. E al suo quarto tentativo premia il regista Kore-eda Hirokazu, autore dal lirismo rarefatto, cantore delle intimità familiari, che in “Shoplifters” tocca i cuori - e non solo quelli della giuria capitanata da Cate Blanchett - con una struggente e sincera storia di affetti, di legami non necessariamente sanciti dal sangue. Una famiglia di elezione, non “biologica”, formata da un gruppo di persone che interrompono le proprie solitudini per affrontare, insieme, le non poche difficoltà della vita. Inaspettato ma tutto sommato meritato, il riconoscimento, che spezza solo in parte i sogni dell’Italia, andata a segno nel palmarès con due riconoscimenti: quello al migliore attore, Marcello Fonte, superbo e senza rivali in “Dogman”, interprete del personaggio immaginato (con licenza) da Matteo Garrone su una scintilla accesa dal delitto del “canaro” della Magliana; l’altro, per la migliore sceneggiatura a Alice Rohrwacher in “Lazzaro Felice”, condiviso ex aequo con Nader Saeivar e Jafar Panahi (assente perché impossibilitato a lasciare l’Iran) per “Three Faces”.

Indugia un attimo, Marcello Fonte, prima di ritirare il premio annunciato nel breve monologo di Roberto Benigni pronunciato in un francese surreale. Ma quando stringe il premio tra le mani, emozionatissimo, si racconta in un piccolo aneddoto: «Da piccolo - dice - quando ero a casa e pioveva, sotto le lamiere chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi. Ora quegli applausi siete voi. Mi sento a casa qui con voi, la mia famiglia del cinema. Grazie a Matteo, che si è fidato di me con coraggio».

Spiace che non sia stata la volta buona per Garrone, che altre volte ha accarezzato la Palma, e anche per Alice Rohrwacher. Il suo “Lazzaro Felice” poteva giocarsi almeno il Premio Speciale della Giuria, come “Le Meraviglie” nel 2014. E invece deve accontentarsi del Premio alla migliore sceneggiatura, magari non l’aspetto più riuscito del film, come lei stessa candidamente ammette sul palco: «Ringrazio il festival di Cannes - afferma - per avermi permesso di mostrare il mio film. Ringrazio anche l’incredibile giuria e la sua presidentessa. E chi ha creduto in questa sceneggiatura così bislacca e ci ha preso seriamente come i bambini prendono seriamente i giochi».

C’era anche Asia Argento, ieri sera, alla cerimonia. Prima di annunciare il nome della migliore attrice, Samal Yeslyamova, clandestina kirghisa a Mosca in “Ayka” di Sergey Dvortsevoy, l’attrice paladina dei movimenti neo femministi e ha approfittato per denunciare ancora gli abusi subiti dall’ex produttore di Hollywood Harvey Weinstein, che «non sarà mai più il benvenuto qui a Cannes». «Questo festival era il suo terreno di caccia, era seduto in mezzo a voi. Ma ora le cose sono cambiate, non ti permetteremo di farla franca» afferma prima di uscire salutando a pugno alzato.

Gran Premio della Giuria al militante Spike Lee, paladino dei diritti dei neri anche in “BlacKKKlansman”, scoppiettante commedia che tra blaxploitation e telefilm anni Settanta getta strali contro l’amministrazione Trump e l’America del suprematismo bianco.

Pawel Pawlikowski, si porta a casa un meritato premio alla regia per “Cold War”, mentre la bella libanese Nadine Labaki, temutissima con il suo “Capharnaüm”, “poverty-porn” il cui sguardo solo apparentemente caritatevole si posa su una realtà di sofferenza e miseria in cerca di furba commozione, si ferma al premio della giuria. E spunta invece a sorpresa una Palma d’Oro fuori programma annunciata da un’elegante

Cate Blanchett in rouge et noir: è per il maestro Jean-Luc Godard, ancora una volta fuori categoria con il suo “Le livre d’Image”, caleidoscopio di immagini, politica, cinema, pittura e letteratura che non rinuncia alla voglia di sperimentare e al tempo stesso di osservare il mondo.

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