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“Dogman”, potente affresco umano

Garrone torna all’essenza del suo lavoro e disegna una nuova maschera tragica

Cantare vittoria anzitempo non è mai un buon affare ma sempre più voci, alcune autorevoli, per questa sera lo danno in pole position. Se proprio non per stringere la Palma d'Oro, sembra comunque che un riconoscimento importante possa rappresentare più che una semplice chance, come potrebbe essere il premio assegnato al Miglior protagonista maschile. Ma tant'è: palmarès di Cannes a parte, dopo l'esperimento che ha fatto storcere il naso a molti compiuto con “Il Racconto dei Racconti” che attingeva alla tradizione letteraria secentesca, con il nuovo, sorprendente “Dogman” Matteo Garrone torna all'essenza del suo cinema più puro e potente, quello più rarefatto e essenziale ma deflagrante nella sua capacità di scandagliare l'animo umano, penetrandone le profondità più recondite e inaccessibili per indagare il confine, sottile e oscuro, tra Bene e Male.

Ha già vinto, sulla Croisette, il regista romano, con “Gomorra” e con “Reality”. Soprattutto del primo distilla in “Dogman” quell'attenzione al paesaggio e alla sua periferia più degradata che ha fatto assurgere a cifra stilistica del suo cinema: periferia che qui torna a essere quella desolata e quasi lunare del Villaggio Coppola a Castel Volturno a evocare la Magliana, teatro della terribile vicenda del “Canaro” cui l'opera liberamente s'ispira. In quell'incredibile, irreale non-luogo, Garrone ci era già stato per girare “L'imbalsamatore”: di quel film, tra i suoi più sconcertanti e lucidi, “Dogman” convoglia la desolazione ambientale, una visione tanto sospesa e alienante da elevarsi a terzo personaggio del film; ma non solo. Il regista consegna anche una nuova “maschera” tragica tra le più ispirate del suo cinema dopo il tassodermista nano di Ernesto Mahieux nel personaggio di Marcello (Marcello Fonte), uomo minuto e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo salone di toelettatura per cani, che ama al di là del profitto, e la figlioletta Alida con cui intrattiene un rapporto dolce e stimolante. Padre tenerissimo, benvoluto nel quartiere, si arrabatta con un piccolo traffico di “neve” per assicurare qualche svago in più alla piccola. Il suo più affezionato cliente è Simoncino (Edoardo Pesce), ex pugile che tiene in scacco l'intero quartiere spadroneggiando e vessandone gli abitanti e con cui Marcello intrattiene un rapporto ambiguo e succube: e se più di qualcuno, esasperato da intemperanze e scorribande, propone di assoldare “amici” per farlo sparire con discrezione, Marcello è l'unico che sembra proteggerlo, nonostante i “lavoretti facili facili” in cui viene coinvolto dal ragazzone siano sempre più rischiosi. Dopo una sopraffazione al limite, qualcosa nella mente di Marcello inizierà però a cambiare, immaginando una vendetta che possa mettere la parola fine a tormenti e umiliazioni.

Ha un che di pasoliniano il personaggio messo in campo da Fonte, magnifico outsider del cinema che fa centro con l'interpretazione di quest'uomo dall'esistenza modesta ma che sa essere felice per le piccole cose, e che sarà costretto a violentare la sua indole pacifica per arginare la prevaricazione. Il suo volto, i suoi sguardi non si dimenticheranno facilmente.

Cupo, dolente e crudo, “Dogman” si astiene da efferatezze cui la storia potrebbe condurre per tratteggiare una violenza psicologica se possibile ancora più logorante per lo spettatore. Scarno, geometrico, astratto, è un film fatto di contrasti ridotti all'osso, di un'anima semplice e un cane sciolto che interpretano una parte già scritta

per destini come i loro, già corrosi dal milieu che li circonda. Garrone, sommamente ispirato, allevia la tensione in momenti quasi onirici, in una “bolla” acquea senza rumore dove mettersi al riparo dalla ferocia del mondo. Ma soltanto per poco.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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