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Ann Gibbons: «Siamo il risultato di tante migrazioni»

Entra nel vivo il festival di Gorizia dedicato quest’anno  al fenomeno degli esodi di massa. Il “caso” Friuli

inviato a GORIZIA.

«Se oggi noi Sapiens abbiamo paura di altri individui della nostra stessa specie, non oso pensare cosa succedeva quando sulla terra c’erano almeno cinque specie diverse di ominidi in lotta fra loro...». Ann Gibbons, pluripremiata corrispondente per la rivista “Science magazine” e autrice del libro “The First Human: The Race to Discover Our Earliest Ancestors”, nell’incontro di apertura del festival èStoria, dedicato quest’anno alle Migrazioni, ha dimostrato di avere uno sguardo decisamente articolato sull’evoluzione umana e i suoi meccanismi. Invitando a considerare erranze, esodi e mescolanze come parte costitutiva dell’essere ciò che siamo oggi, «nient’altro che il risultato delle tante migrazioni che si sono sovrapposte nel corso dei secoli».

La nostra specie bazzica la Terra da almeno trecentomila anni, ha ricordato Gibbons, dal periodo interglaciale medio all'epoca odierna, e portiamo nel nostro dna una tale mescolanza genetica che di fatto ci rende tutti uguali. Sessantacinquemila anni fa, in coincidenza con un evento di forte riduzione della popolazione globale, parte di noi iniziò un percorso migratorio che dall’Africa, attraverso un corridoio medio orientale, arrivò a colonizzare l'intero pianeta. Fino a scalzare la specie a noi più vicina, i Neanderthal, con i quali pure ci eravamo sessualmente mischiati, e che - stando alle ultime scoperte - cercarono di fuggire al flagello dei Sapiens scappando fra Italia, Balcani e Spagna. Furono loro i primi rifugiati della storia? «La verità - ha detto Ann Gibbons, in colloquio con l’antropologo Luca Pagani - è che le varie specie di ominidi sono sempre state in opposizione e concorrenza fra loro; la paura dell’altro è probabilmente una memoria collettiva: il problema è che i conflitti che ci dividono hanno una forte componente culturale difficile da controllare». Negli ultimi cinque anni gli studi di paleogenetica hanno fatto passi da gigante, permettendo agli studiosi di ricostruire le mappe del nostro vagare nel mondo: «Oggi - ha detto ancora Gibbons - sappiamo che gli europei sono il risultato di tre successive ondate migratorie, i cacciatori dell’ultimo periodo glaciale, circa ventimila anni fa, gli agricoltori provenienti dall’Anatolia ottomila anni fa e i pastori provenienti dagli Urali durante l’Età de bronzo». Sembra una favola che rimanda direttamente a miti ancestrali, e invece è una realtà che può aiutare a «ristabilire uno sguardo equo sul mondo odierno», come va ripetendo a ogni intervista l’organizzatore di èStoria, Adriano Ossola.

Del resto il leitmotiv della gran parte degli interventi al festival goriziano ruota intorno allo stesso concetto: non si posso affrontare i molteplici problemi economici, sociali e politici legati ai fenomeni migratori in atto se non si fa uno sforzo per mettere a fuoco uno sguardo nuovo e diverso sui fenomeni stessi. E in questo la storia può dare un contributo essenziale. Senza per altro andare a scomodare il tempo profondo. Come ha dimostrato lo storico Claudio Zaccaria in uno dei primi incontri ieri mattina dedicati alla mobilità di popoli e persone nel Mediterraneo antico, fondare colonie, organizzare traffici, spostare intere popolazioni anche per esodi forzati dovuti a saccheggi e deportazioni è una storia senza soluzione di continuità. E ci sono evidenze che attestano «l’esistenza delle “carrette del mare” già nel 399 d.C.».

Insomma vecchia storia le migrazioni. Certo più ci avviciniamo ai nostri giorni, dai primi del Novecento in giù, e più il quadro appare in tutta la sua spesso drammatica complessità, come è emerso dalla tavola rotonda su “Migrazioni tra storia, geopolitica e diritto” durante la quale si sono confrontati studiosi come Fulvio Salimbeni, Arturo Pellizzon, Gianluca Volpi, Roberto Bernardini, Guglielmo Cevolin, Giorgio Da Gai e Arturo Pellizon. E più ci si avvicina alle nostre terre e più l’intreccio delle erranze mescola e divide memorie, come ad esempio è stato sottolineato negli incontri dedicati a “L’esodo giuliano-dalmata” (con Antonio Ballarin, Franco Degrassi, Franco Luxardo, Piero Luxardo, Marina Silvestri) e “Dalle guerre di Jugoslavia alla rotta balcanica (con Desirée Pangerc e Azra Nuhefendic).

Eppure è proprio da qui, dalle terre di casa nostra, che può iniziare quel percorso di messa a fuoco di un nuovo e più corretto sguardo sul fenomeno migratorio. Ne è un esempio la nostra regione, straordinario laboratorio per comprendere origini, flussi e dinamiche delle migrazioni, come hanno ricordato nel corso dell’incontro su “Friuli storia di partenze e arrivi”, Roberta Altin, ricercatrice e docente di antropologia culturale all’Università di Trieste, e l’esperto di storia delle migrazioni, ricercatore alla Columbia University di New York, Javier Grossutti, moderati da Paolo Medeossi. Analizzare i fenomeni migratori su scala nazionale, ha osservato Grossutti, è un errore, e il caso del Friuli (la Venezia Giulia fa ancora storia a sè) lo dimostra. «Se potessimo guardare con una lente di ingrandimento questi spostamenti di persone, vedremmo un’enorme massa scomporsi in tante celle diverse, tante quante sono state le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a migrare». Gli esodi antecedenti alla prima Guerra mondiale, ha aggiunto Grossutti, sono stati diversi da quelli del primo e del secondo dopoguerra. Fino agli inizi del Novecento si può parlare di migrazione libera: artigiani specializzati come i mosaicisti e terrazzieri emigravano all’estero semplicemente rispondendo alla domanda del mercato, andavano lì dove c’era bisogno di loro. Anzi questo tipo di migrazione era iniziato secoli prima, già nel 1600. Nel primo e nel secondo dopoguerra, invece, furono la povertà e la necessità di trovare lavoro dove non c’era a spingere soprattutto gli uomini a cercare fortuna in altre regioni d’Europa oppure oltreoceano. E oggi, ha continuato Grossutti, assistiamo a nuove forme di emigrazione: tanti giovani sono costretti ad andare a lavorare o studiare all’estero se vogliono proseguire nelle professioni scelte.

Ma anche l’immigrazione è un fenomeno diversificato e altalenante, come ha spiegato Roberta Altin. Fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, ha osservato la studiosa, cominciano ad arrivare in terra friulana quelli che allora si chiamavano gli extracomunitari. Rappresentano numeri ancora relativamente bassi, e grazie alla congiuntura economica di quegli anni gli immigrati trovano lavoro nelle piccole e medie imprese del tessuto sociale friulano. Comunità come quella dei ghanesi nelle provincie di Udine e Pordenone, e come i bengalesi impiegati nei cantieri di Monfalcone, riescono a inserirsi nel tessuto produttivo e sociale della regione. Le cose cominciano a cambiare dopo il 2001 e l’attentato alle Torri Gemelle. Allora inizia a farsi strada il tema della sicurezza che, intrecciato alla crisi economica del 2008, mette i migranti all’angolo. Mentre - ed è storia di questi ultimi anni - aumenta la mobilità umana e flussi migratori si fanno più pressanti. «I fenomeni migratori - ha detto ancora Altin - producono un effetto-specchio, e osservarli attraverso la lente etnocentrica porta solo a una visione parziale della realtà». «Di fronte all’aumento della

mobilità umana - ha concluso la studiosa -, in una situazione che si fa sempre più veloce e confusa, la via di fuga più semplice è la paura, il nascondersi dietro il paravento della sicurezza; ma la paura non ci aiuta certo a risolvere il problema».

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