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L’attimo fuggente che cambia le urne

Dal ’68 a oggi: così votano le giovani generazioni

Apatia e distacco oppure critica e protesta sono i sentimenti e le motivazioni che contraddistinguono il voto giovanile degli ultimi anni. Eppure, a differenza di quanto si possa comunemente pensare, non è la generazione più giovane, ovvero compresa tra i 18 e 30 anni, a registrare i maggiori tassi di astensionismo, bensì quella della fascia ultrasessantenne. Questi sono solo alcuni dei numerosi e interessanti dati che emergono dalla lettura del libro “L'attimo fuggente. Giovani e voto in Italia, tra continuità e cambiamento” (Il Mulino, pagg. 208, euro 18), nel quale Dario Tuorto, professore di Sociologia dell’Università di Bologna, ha accostato una serie di istantanee elettorali per ottenere un'immagine composita del voto dei giovani italiani nel tempo.

Professor Tuorto, il voto dei giovani tende a essere più estremista e ideale, come si sarebbe portati a pensare?

«È un'ipotesi molto richiamata nella letteratura, ma solo in parte confermata. Dal '68, infatti, è emersa una fase del voto giovanile connotato da un'accentuazione in posizione estrema o di cambiamento, quando il Partito comunista ha sottratto voti alla Dc, che sono poi passati ai partiti della nuova “sinistra laica” (Verdi e Radicali, ndr). Nella seconda Repubblica, si è assistito a ciò solo nella prima fase con il voto a Alleanza Nazionale, mentre negli anni 2000 questa ipotesi non è stata confermata, ma il voto giovanile ha ricalcato il posizionamento degli adulti e le tendenze generalizzate. Infine, nel 2013 è avvenuta una rottura fortissima con il Movimento 5 stelle».

Le ultime votazioni hanno inaugurato la cosiddetta "terza repubblica". Quanto e come i giovani hanno determinato questo cambiamento e quali fattori hanno influenzato le loro scelte elettorali?

«I giovani hanno lanciato un segnale, prima non votando i partiti percepiti come parte del sistema e poi votando per quelli di protesta. In parte, quella dei giovani è stata una protesta generica contro un sistema che non riesce a creare per loro spazi lavorativi e mobilità sociale. Ciò spiega perché le forze nuove riescano a attirare il voto giovanile: è stato possibile manifestare nelle urne ciò che prima ne rimaneva fuori, attraverso la protesta politicamente schierata, cioè la Lega, o non connotata ideologicamente, ovvero il M5s, oltre a alcuni partiti minori».

Le scelte elettorali: questione di età o di generazione?

«Sono entrambi fattori fondamentali. L’effetto dell’età può essere generalizzato in questo modo: un periodo di tempo in cui si entra in un nuovo mondo lavorativo e/o familiare, il che provoca un effetto scoraggiante o distrae dalla politica. In Italia, il periodo della transizione è molto lungo e rischia di essere fortemente destabilizzante. Invece, facendo un esempio di effetto generazionale: se si entra a 18 anni in un momento di grande critica alla politica, ciò influenzerà profondamente la propria visione, che si manterrà nel tempo. Quindi, si tratta di una somma dell'effetto "ciclo di vita" con quello generazionale».

50 anni fa il '68. Come è stata influenzata la partecipazione al voto dei giovani che si sono formati politicamente in quel periodo?

«Quella parte di generazione che ha partecipato di più ai movimenti è entrata con tassi altissimi di partecipazione al voto e era fortemente strutturata politicamente. Così, anche nel nuovo millennio, essa ha mantenuto un allineamento al centro sinistra».

Rispetto a quel periodo, cosa è venuto a mancare tra i giovani e la politica?

«Da un'appartenenza passiva, ideologica e piatta di un tempo si è passati a una più volubile, volatile e meno solida, dove il singolo con le sue risorse conta di più. Quindi il rischio è di mettere sempre in discussione il proprio posizionamento e che ci sia una forte disuguaglianza tra chi dispone di più risorse, sia economiche che culturali, e chi meno. Oggi sono completamente assenti forme di socializzazione nei partiti, in parte sostituite dall'informazione tramite la rete, come dimostra la formazione di alcuni

partiti attraverso di essa. Prima, inoltre, anche la famiglia era importante nella formazione politica, per opposizione o per continuità. Un altro punto di riferimento forte che oggi è saltato. Infatti, né i partiti né la famiglia possono essere compensati dal “fai da te” della rete».

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