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Elisa Vladilo, la strada come tela

L’artista vanta esperienze internazionali sugli spazi pubblici, un mondo da colorare

A sinistra il panorama di Trieste, a destra la bianca silhouette del castello di Miramare. Lo studio di Elisa Vladilo si affaccia su una grande terrazza che abbraccia il golfo di Trieste con una meravigliosa vista aperta. Sotto, a fare da cornice, le chiome degli alberi della pineta di Barcola. Il posto di lavoro dell'artista triestina è parte integrante dell'abitazione e di conseguenza diventa un luogo quotidiano, fatto anche di incontri e visite. Uno spazio di progettazione da preservare con disciplina. «Nel gestire le mie attività - dice Elisa Vladilo - mi è stata utile l'esperienza che ho fatto tra il 1997 e il 2000 a Londra nello studio che mi era stato assegnato in un edificio insieme ad altri cinquanta artisti. È stata un'occasione per focalizzarmi sul mio lavoro e, allo stesso tempo, mi ha dato modo di condividere uno spazio comune in cui parlare e confrontarmi coi colleghi, spesso davanti a una tazza di tè».

Londra e la visione di una grande capitale anche sull'arte le hanno lasciato un segno importante: una maggiore consapevolezza professionale del lavoro creativo e la libertà di essere artista, laddove in Italia questa dimensione è marginale o rimane, nella maggior parte dei casi, sconosciuta e circondata di ambiguità. Anche grazie all'assegnazione di una borsa di studio da parte della prestigiosa Fondazione Pollock-Krasner di New York, Elisa Vladilo ha potuto permettersi in terra inglese di vivere di arte e progettazione, dipingendo tele molto grandi, investendo nel materiale da lavoro, scrivendo. Ed è sempre a Londra che approfondisce il discorso sull'arte pubblica: «La molla - dice - c'era stata in occasione della riapertura del Museo Revoltella nel '90: per l'allestimento della mostra sul Neoclassico, curato da Riccardo Caldura, avevo collaborato con Gerhard Merz e altri artisti tedeschi, stavo sull'impalcatura a realizzare la grande scritta che oggi è l'unica opera che rimane di quell'intervento. Lì ho capito che a me interessavano da sempre il colore e la pittura ma in relazione allo spazio, uno spazio fisico, reale, non solo quello della tela».

A Londra comincia a costruire collegamenti tra le tele e la pittura sul muro, spingendosi sempre più verso l'esterno, continuando un discorso iniziato con Maria Campitelli al Museo Ferroviario. Cruciale è l'invito a partecipare a un progetto sui cartelloni pubblicitari a Belfast che poi, anni dopo, porterà a Trieste: «Mi è stato finalmente chiaro che il mio percorso era legato agli spazi all'aperto, in relazione con l'architettura, con gli elementi paesaggistici e strutturali ma anche con gli aspetti emotivi di ciò che quel luogo esprime a livello empatico per chi lo frequenta. Nella relazione tra colore e spazio la mia ricerca mira a far sì che il colore non sia decorazione né arredo urbano ma che diventi una pittura d'ambiente».

Tra i molti interventi di arte pubblica realizzati da Elisa Vladilo a Trieste sicuramente il più popolare è quello del 2007 sul molo Audace, finito anche sulla copertina del libro di Alessandra Pioselli “L'arte nello spazio urbano. L'esperienza italiana dal 1968 ad oggi”.

«Il molo Audace - racconta l'artista - è il posto più frequentato dai triestini e forse anche il più amato. 'Ma non c'è una briciola di colore', mi sono detta una volta che mi trovavo lì in contemplazione. Allora ho disegnato di getto una visione che avevo avuto e per cinque anni è rimasta nel cassetto. Poi è arrivata l'occasione per proporre l'idea e con mia grande sorpresa l'Autorità Portuale l'ha subito appoggiata. Con l'aiuto di Corrado Pignattaro, esperto di pavimenti e moquette, e di una ventina di amici e volenterosi ho creato la mia isola colorata srotolando 600 metri quadri di feltro, fasciando un lampione dall'alto di un'autoscala e foderando le bitte».

Gli interventi di Elisa Vladilo continuano in Austria, a Villacco sulla torre medievale, in Slovenia, in Croazia e in Inghilterra con le strade dipinte, e a Trieste, in Borgo teresiano, dove compaiono anche le sue grandi rotoballe di paglia, arancioni e rosa, contenenti delle scatole sonore per riprodurre trenta versioni della canzone “Summertime”. Ma il suo interesse per gli spazi pubblici coinvolge, da dieci anni, anche scuole, università e strutture varie: attraverso una serie di laboratori l'artista discute con gli allievi e gli insegnanti, ascolta i singoli progetti individuali, raccoglie le idee. Poi, in una fase di regia, elabora un bozzetto di lavoro affidato alla realizzazione corale in cui tutti entrano nello spazio pubblico contribuendo alla qualità dell'edificio in questione. Gli studi di scenografia, la passione per la musica, la scrittura e le diverse culture (testimoniata dal recente evento “Rime d'origine”) portano sempre Elisa Vladilo a interrogarsi sul colore e sulla paura che permane in Italia riguardo all'uso del colore per gli edifici e più in generale per la vita pubblica: «Da noi il colore è associato all'infanzia, al Carnevale in senso spregiativo, mentre è un piccolo, grande elemento che può migliorare la vita di

tutti. La Street Art ultimamente prende piede anche in Italia ed è una risposta all'incuria in cui è abbandonato lo spazio pubblico. Io vado avanti inseguendo il pallino che avevo fin da piccola quando vedevo il mondo grigio e volevo colorarlo tutto!».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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