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La Kill Bill nostrana di Righetto

Esce oggi “L’ultima patria”, secondo volume della trilogia dell’autore padovano

Ritorna oggi nelle librerie il padovano Matteo Righetto con “L’ultima patria” (Mondadori, pag. 204, euro 18,00). Ovvero il sequel de “L’anima della frontiera”, la storia della famiglia De Boer, ultimi sperduti abitanti di Nevada, nome dall’eco americaneggiante, in realtà una frazione di quattro anime tra Asiago e la val Brenta. E di quattro anime proprio si tratta, nella nuova storia del nostro. Perché ormai i pochi abitanti sono tutti emigrati in America. Su quelle dure montagne sono rimasti solo loro, i De Boer, il padre Augusto, la madre e i tre figli: Jole, Antonia e Sergio, un tempo votati al contrabbando di tabacco con l’Austria-Ungheria, pianta che cresceva bene in quella parte del territorio. Nonostante la fatica e la carestia, nonostante la miseria e una monarchia noncurante abbia costretto quasi tutti a partire per cercare fortuna, i De Boer resistono. Contano sull’aiuto di Dio con una devozione piuttosto sacrificale, ma d’altra parte siamo alla fine del 1800. E siamo in Veneto. Ma più che l’Altissimo, a dare fiducia al loro futuro è un bottino in lingotti d’argento e di rame che il capo famiglia tiene gelosamente custoditi.

Come sempre Righetto riesce a portarci in quell’esatto luogo e in quell’esatta epoca. Non si fatica a vedere il mondo di allora, la madre ossessivamente religiosa, un padre tenace e orgoglioso e i tre figli. Antonia, come tante giovani donne dell’epoca, entrerà in convento. Ma è Jole la protagonista, lo era anche nel primo romanzo di questa trilogia giunta al suo secondo volume. Jole ha vent’anni, bella e testarda, ha preso dal padre e con il padre si scontra spesso. Quando il fratello Sergio si ammalerà gravemente, sarà lei, contraddicendo i genitori, a portare il piccolo giù in paese, da una donna che si spaccia per santa, una guaritrice. E sarà durante quell’episodio che accade l’irreversibile. Mentre Jole è lontana infatti, entreranno in scena due banditi che per guadagnarsi i lingotti di Augusto non esiteranno a uccidere la famiglia.

Inizia qui la nuova vicenda, riemerge dalla memoria del precedente romanzo una Jole che veste i panni di una Bill Kill nostrana e ben presto i criminali si accorgeranno di aver colpito la famiglia sbagliata. Si intitola “L’ultima patria”, questo nuovo libro, ma molto c’è (anche) di quella frontiera così presente nel precedente. Solo che qui i significati evocano altri confini, la frontiera del male e del bene, della vita e della morte, la frontiera dei poveri e dei ricchi e poi sì, anche le frontiere di stato, ma questa volta il confine è ben più in là dell’Austria, è quello dell’America.

Nella sua narrativa lineare e priva di ostacoli, Righetto evoca perfettamente un quadro – quello dei migranti - che pare una fotografia della nostra epoca: gente povera, disperata, disposta a vendere tutto ciò che possiede per un miraggio di felicità: l’America appunto, come oggi l’Occidente europeo rappresenta il sogno di altri immigrati.

Ma è una voce che si può rovesciare, perché “L’ultima patria”, come vuole il titolo, rimanda anche a una precisa identità italiana, e non si fatica, nelle parole dei personaggi, a collegare chiare allusioni al presente: «Guarda come siamo messi…» dice una delle voci di chi sta per espatriare «e quanti siamo… Se questa è l’Italia che ci hanno dato i Savoia, allora preferivo l’Austria… Ma di là staremo meglio», e ognuno pensi a ciò che vuole. Il tutto in un’epopea da western letterario, la cui prosa scivola con grande immediatezza. Complici anche le descrizioni di una natura che Righetto conosce bene. A leggere “L’ultima patria” è come starci in mezzo a quella valle dai toni magici e a tratti oscuri.

D’altra parte la scrittura dell’autore padovano è talmente cinematografica che Marco Paolini ne fece un film e “Apri gli occhi” (Tea, 1916) vinse il Premio della Montagna Cortina D’Ampezzo. Questo nuovo progetto, la “Trilogia della Patria”, è già un caso letterario con traduzioni avviate in diversi Paesi. Un plot dinamico, da western certo, ma con autentici risvolti sociali che fanno luce su passato

e tradizione. La natura è la star, ed è infinitamente consolatrice, sapiente e protettiva per chi la sa trattare, soprattutto sempre uguale a se stessa, al di là delle frontiere. Al di là delle patrie. Le differenze, come sempre, le fanno gli uomini.

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