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Mantegna e Bellini, cognati in arte

A Venezia i capolavori a confronto dei due pittori, che si influenzarono a vicenda

Andrea Mantegna e Giovanni Bellini sono stati due grandi protagonisti del Rinascimento veneto. Il primo trascorre i suoi anni giovanili a Padova per poi spostarsi a Verona e quindi a Mantova dove, a Palazzo Ducale, affresca la Camera degli Sposi, mentre il secondo lavora per tutta la vita a Venezia, sua città natale.

Divennero cognati quando Andrea Mantegna decise di sposare Nicolosia, la sorella di Giovanni Bellini. Fu probabilmente allora che iniziarono a frequentarsi e a mettere a confronto il loro modo di intendere la pittura: attenta all’antico, d’ispirazione classica, precisa nel disegno e nella composizione quella del Mantegna, più morbida e fluida quella del Bellini, maggiormente interessato alla luce, all’atmosfera e al paesaggio naturali.

Già nell’affrontare il tema dell’“Orazione nell’orto” Bellini mostra di guardare a una tavola d’analogo soggetto dipinta dal cognato: Gesù appare inginocchiato sulla roccia, in mezzo a un paesaggio desertico con la città in lontananza. Il pittore veneziano ribalta specularmente la visione ideata dal padovano e ne muta i toni cromatici, rendendoli più caldi. Successivamente, lo stesso Bellini riprende ancor più da vicino un altro dipinto del Mantegna avente per soggetto la “Presentazione al Tempio”. Si pensa che la composizione sia stata concepita nella bottega padovana del Mantegna, ma non si sa con certezza quando il Bellini realizzò la sua versione.

Nuove ipotesi e nuove letture dei due dipinti, pressoché gemelli, vengono ora avanzate in occasione di “Capolavori a confronto Bellini / Mantegna. Presentazione di Gesù al Tempio”, la mostra ospitata alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia fino al 1°luglio. Con l'allestimento dell’architetto Mario Botta e la cura di Brigit Blass-Simmen, Neville Rowley e Giovanni Carlo Federico Villa vengono fatti incontrare per la prima volta in tempi moderni, la tela del Mantegna della Gemäldegalerie di Berlino e la tavola del Bellini della Querini Stampalia.

«È l’effetto di una di quelle alchimie – sottolinea Marigusta Lazzari, direttore della Querini Stampalia – che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l’impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1° ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1° marzo 2019. Il raffronto tra le due “Presentazioni al Tempio” sarà il fulcro di queste esposizioni. Alla nostra disponibilità ha corrisposto quella dell’istituzione berlinese e così, in anticipo sulla rassegna londinese, abbiamo l’emozione di presentare al pubblico italiano e internazionale, in Querini, i due capolavori finalmente affiancati».

Un innovativo sistema di illuminazione proietta una luce digitale a sorgente led sui due quadri disposti su due piani convergenti al centro, in modo da guardarsi l’un l’altro. Risaltano così in maniera evidente le differenze relative alla tecnica utilizzata dai due pittori: la tempera di Andrea Mantegna che conferisce all’opera l’aspetto più asciutto, di materia scolpita, e l’olio di Giovanni Bellini che invece dà l’impressione di maggiore morbidezza e lucentezza. La cornice marmorea del Mantegna scompare nella tavola del Bellini, lasciando soltanto un parapetto in pietra e ampliando lo spazio per l’aggiunta di altre due figure.

In Mantegna ogni dettaglio, dai capelli alle barbe, ai ricami delle vesti, è preziosamente disegnato, con perizia quasi calligrafica, laddove in Bellini è il sentimento dei personaggi a prevalere: la preoccupazione di Giuseppe, l’affetto di Maria che sembra quasi trattenere il bambino avvolto nelle fasce da neonato, simili a quelle della sepoltura. L’occasione della mostra offre anche la possibilità di riscoprire i tesori artistici e i preziosi arredi del Palazzo sede della Fondazione appartenuto a una delle più illustri famiglie veneziane, tra mobili settecenteschi, lampadari di Murano,

porcellane, sculture, dipinti di un periodo compreso tra il XIV e il XX secolo per lo più di scuola veneta e gli interventi architettonici progettati nell’arco degli ultimi cinquant’anni da Carlo Scarpa, Valeriano Pastor e lo stesso Mario Botta.

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