Quotidiani locali

I colloqui di De Marco storie di incontri attraverso l’obiettivo

Nel catalogo edito per la mostra a Pordenone l’artista racconta in modo inusuale i suoi soggetti

È una lunga sequenza di volti e di occhi che guardano direttamente nell’obiettivo del fotografo. Questi occhi e questi volti di celebrità delle culture e di perfetti sconosciuti del terzo mondo, guardano da decine di immagini di grande formato i visitatori della mostra che fino al 27 maggio propone alla galleria Harry Bertoia di Pordenone il lavoro realizzato in più di trent’anni dal fotografo Danilo De Marco, nato a Udine, da tempo ospite di Parigi. “Defigurazione, i tuoi occhi per vedermi” – questo il titolo della rassegna e del volume che l’accompagna, edito da Forum (pagg. 304, euro 29,50) - racconta in un’esemplare scala di grigi non solo personaggi più o meno noti della cultura ma rende anche esplicito, urla al visitatore, ciò che De Marco ama e apprezza e ciò che vorrebbe non vedere più.

Tra ciò che non vorrebbe vedere più vi sono i “segni” del dolore e dell’emarginazione che hanno inciso tanti volti di spossessati ma non hanno spento lo sguardo e la dignità di bambini pendolari della notte, portatori di carichi immensi sulle spalle, carbonai, homeless, mamme senza nome a cui si aggrappano lattanti affamati, ragazzini soldato congolesi, raccoglitrici di alghe di Zanzibar. Danilo De Marco li ha fotografati rispettando la loro dignità, facendo propria la loro richiesta di giustizia sociale e di futuro. Non ha “rubato” un’immagine ma ha cercato se stesso nei loro occhi.

Sul versante opposto, quello della culture spesso contraddittorie del primo mondo, l’autore propone i volti e gli occhi di decine di scrittori, pittori, uomini di spettacolo, poeti, autori teatrali. È un mondo affollato, dove atteggiamenti talvolta gigioneschi e autoreferenziali riempiono l’inquadratura e aiutano il lettore dell’immagine a farsi un’idea di chi ha di fronte. Anche questi personaggi, come i senza casa, i ragazzini soldato, le mamme che allattano i loro bambini affamati, dicono inconsapevolmente di fronte all’obbiettivo “io esisto proprio perché vengo fotografato”. Il loro è un sottile compiacimento, una consapevole e profonda autostima che Danilo De Marco solletica e alimenta costruendo un’immagine dopo averli sedotti sul piano dell’amicizia e della condivisione di valori. «Incontrare gli autori - scrive il fotografo nella prefazione del volume - per me è stato sempre fondamentale per capire quanto di coerenza, termine pieno di rischi se non preso con cautela, ci fosse nell’opera e il suo artefice. Il mio fine non è mai stato quello di realizzare una collezione di figurine di celebrità per poi metterle in bella esposizione con successo quasi scontato».

Nella parte finale del catalogo Danilo De Marco racconta come, quando e dove ha incontrato le persone che ha fotografato. Queste inusuali e ampie “note” – sconosciute alla stragrande maggioranza degli autori che si limitano a redigere generiche didascalie - spiegano molto di De Marco, del suo metodo di lavoro e di approccio. Sono tutte scritte in prima persona, in presa diretta.

Di Francesco Tullio Altan, definito vignettista disegnatore, il fotografo scrive. «I miei primi incontri con Altan risalgono all’inizio degli Anni Ottanta. Erano cordiali ma piuttosto silenziosi e lui che conosce bene se stesso per aver osservato tanto l’umanità, stemperava quelle iniziali goffaggini con una bottiglia di vino, rigorosamente rosso, piazzata in mezzo al grande tavolo. Scarno di parole e sintetico come i suoi personaggi, osservava il mondo con una sorta di democratica curiosità».

A Claudio Magris, Danilo De Marco dedica due fotografie, la prima realizzata a Punta Salvore, l’altra sulla riva dell’Isonzo. «Passeggiamo nel piccolo porto mentre Claudio mi racconta di quando Biagio Marin gli parlò di quell’eccentrico personaggio che era Enrico Mreule, amico di Carlo Michelstaedter, il giovane filosofo che scrive e poi si suicida a 23 anni». All’immagine realizzata in riva all’Isonzo sono riservate solo un paio di righe. «Con Claudio ci siamo rivisti più volte. Assieme andiamo sull’Isonzo verde acqua, a Gorizia».

Giuseppe Zigaina accoglie De Marco accompagnato da Mario Lizzero, deputato del Partito comunista e comandante partigiano. «È l’artista del nostro partito. Devi venire con me a fotografarlo. Arriviamo a Cervignano, Zigaina vive in una splendida villa difesa da un muro che nasconde un enorme parco. Ci sta aspettando spalla alla betulla proprio davanti alla taverna, maglione rosso e giacca blu d’atelier. Ci invita a entrare dicendo che quello è il luogo dove dormiva e lavorava Pasolini quando veniva a trovarmi».

Moni Ovadia - attore, drammaturgo, compositore, scrittore, secondo la nota a lui dedicata – si trova di fronte all’obiettivo nel vecchio granaio di una casa contadina «cui fa capo l’associazione culturale Colonos, a Villaccia di Lestizza, associazione capitanata da Federico Rossi. Mi aggiro tra il granaio, diventato luogo di accoglienza culturale, cercando di farmi quasi invisibile per non disturbare Moni e Emanuele Segre. Uno spartito musicale, in primo piano, la luce che taglia di netto lo spazio, entrando dalle piccole finestre». «Con Gillo Dorfles ci siamo visti a Milano - scrive De Marco. Mentre gli faccio i complimenti per un suo articolo appena uscito su Carlo Michelstaedter, sapendo di un suo prossimo viaggio a Gorizia, gli propongo una visita al cimitero ebraico dove Michelstaedter è sepolto. Dorfles sorpreso, mi dice di non conoscere quel cimitero e neppure di sapere della tomba del filosofo goriziano, e sorridendo afferma: sai di questi tempi non ho tanta voglia di frequentare cimiteri».

L’incontro tra il fotografo e lo scrittore Paolo Maurensig ha luogo a Vienna. «Al caffè Museum, in una giornata di fine estate. Maurensig proviene da una famiglia in cui tutti suonano uno strumento. Mia sorella - scrive De Marco citando lo scrittore goriziano - si era messa in testa di insegnarmi a suonare il violino. In verità verso i 38 anni inizio a interessarmi al flauto traverso barocco. La passione per gli strumenti antichi mi portò a costruirli. Divenni costruttore di flauti».

Predrag Matvejevic viene fotografato a Parigi, in Place Sant-Michel, all’interno di un piccolo bistrot. «Uomo affascinante, dalla chioma sbiancata anzitempo, generoso come pochi e con un volto che in alcuni momenti fa risaltare i tratti di una vaga androginia». Parla di socialismo, dell Europa dell’Est. «Il fallimento del socialismo reale che ha indottrinato invece di educare,compromette

alcuni valori che l’hanno ispirato. L’idea stessa di emancipazione è sparita dall’orizzonte. Viviamo senza progetti di convivenza e di solidarietà. Gli uomini che portano in se stessi quelle idee sono in diaspora, tra esilio e asilo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PERCORSI

Guida al fumetto: da Dylan Dog a Diabolik